Legambiente e Protezione Civile: industrie, rischio ancora elevato

In Italia ci sono 1152 impianti industriali, presenti in 739 comuni, che trattano sostanze pericolose in quantitativi tali da essere ritenuti suscettibili di causare incidenti rilevanti. Sono impianti chimici, petrolchimici, depositi di gpl, raffinerie e depositi di esplosivi o composti tossici che, in caso di incidente o di malfunzionamento, possono provocare incendi, contaminazione dei suoli e delle acque, nubi tossiche. Quanto sono informati i cittadini che abitano nelle vicinanze? È quanto indaga la ricerca Ecosistema Rischio Industrie, realizzata da Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile.

“I comuni, a cui non compete la gestione delle emergenze connesse al rischio industriale né la redazione dei Piani di emergenza esterni previsti per alcune tipologie di impianti – spiega Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – hanno il compito fondamentale di fare da raccordo tra le attività di pianificazione urbanistica e la presenza di insediamenti a rischio d’incidente rilevante. Spetta loro anche l’informazione ai cittadini: uno strumento di prioritaria importanza perché fa crescere la consapevolezza e insegna i comportamenti corretti in caso di emergenza”. Un’informazione ancora insufficiente, evidenzia l’indagine.

Gli impianti industriali pericolosi,  censiti dal Ministero dell’ambiente in un inventario nazionale aggiornato semestralmente, sono concentrati soprattutto in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. La ricerca si è svolta attraverso l’invio di un questionario cui hanno risposto 210 amministrazioni comunali. Fra esse, il 94% ha dichiarato di aver recepito la scheda informativa redatta dal gestore dell’impianto, l’86% di aver individuato le “aree di danno”, mentre il 49% indica la presenza di strutture vulnerabili o sensibili presenti nelle “aree di danno”.

Cosa sono queste ultime? Intorno allo stabilimento, l’area soggetta a rischio in caso di malfunzionamento o incidente – minore la distanza, maggiori le conseguenze sull’ambiente e sulla salute – è divisa in tre zone: area di sicuro impatto, area di danno e area di attenzione. Nelle aree di danno, 104 dei comuni intervistati indicano la presenza di strutture vulnerabili o sensibili: nel 18% dei casi sono presenti scuole, nel 13% centri commerciali, nell’8% strutture ricettive turistiche, nel 7% luoghi di culto, nel 2% ospedali. Inoltre, le amministrazioni comunali hanno indicato la presenza in “aree di danno” anche di abitazioni isolate o insediamenti residenziali più consistenti, di altri stabilimenti industriali e attività produttive in genere.

Questo è uno dei problemi. L’altro è legato al fatto che, se 148 amministrazioni hanno dichiarato di aver realizzato campagne informative sul rischio industriale, solo 105 comuni – pari alla metà del campione– ha detto di aver realizzato campagne informative sui comportamenti da tenere in caso di emergenza, dunque informazioni pratiche su come riconoscere i segnali di allarme e mettersi al sicuro. Inoltre, solo 75 comuni – il 36% del campione – ha dichiarato di aver proposto l’organizzazione di esercitazioni o di aver partecipato a esercitazioni sul rischio industriale, e solo 34 comuni (il 16% del campione) con il coinvolgimento dei cittadini.

Risultato della ricerca: “è ancora insufficiente l’informazione ai cittadini sui possibili rischi derivanti dalla presenza sul territorio di impianti industriali che trattano sostanze pericolose e sui comportamenti da tenere in caso di emergenza”, spiega Legambiente.

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