Faro Antitrust su Armani e Dior, associazioni: riguarda anche i consumatori (Foto di Christine Sponchia da Pixabay)
Faro Antitrust su Armani e Dior, associazioni: riguarda anche i consumatori
L’apertura dell’istruttoria Antitrust verso alcune società dei gruppi Armani e Dior chiama in causa i consumatori. “È un danno anche per loro”, dice il Codacons. Federconsumatori torna a chiedere l’etichettatura sociale dei prodotti
È una questione che riguarda anche i consumatori. Da più punti di vista. L’apertura dell’istruttoria Antitrust nei confronti di due grandi marchi della moda, alcune società dei due gruppi Armani e Dior, riguarda anche i consumatori convinti di comprare prodotti di eccellenza (e il prezzo non è da meno) e che rischiano invece di imbattersi in pratiche di filiera ora sotto i riflettori dell’Autorità. Secondo l’ipotesi alla quale sta lavorando l’Antitrust, infatti, le società avrebbero violato il Codice del Consumo e avrebbero presentato dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale non veritiere.
Secondo l’Antitrust “in alcuni casi le società avrebbero utilizzato forniture provenienti da laboratori che impiegano lavoratori che riceverebbero salari inadeguati. Inoltre opererebbero in orari di lavoro oltre i limiti di legge e in condizioni sanitarie e di sicurezza insufficienti, in contrasto con i vantati livelli di eccellenza della produzione”.
“Un danno per i consumatori e i lavoratori”
È un caso che ha sollevato subito le reazioni delle associazioni dei consumatori proprio perché chiama in causa anche gli acquirenti. Se gli illeciti fossero confermati, commenta ad esempio il Codacons, “si configurerebbe un danno sia per i consumatori che acquistano capi e accessori dei due marchi, sia per i lavoratori, sottopagati e costretti a lavorare in condizioni di scarsa sicurezza”.
“I consumatori che acquistano prodotti dei due colossi della moda spendono somme non indifferenti per acquistare capi di abbigliamento, calzature e accessori che, sulla carta, dovrebbero rappresentare l’eccellenza della qualità e delle lavorazioni – afferma il Codacons – Le accuse dell’Antitrust sembrano però dimostrare il contrario, evidenziando come le forniture provengano da laboratori che impiegherebbero lavoratori con salari inadeguati, orari di lavoro oltre i limiti di legge e condizioni sanitarie e di sicurezza insufficienti. Elementi che renderebbero del tutto ingiustificati i prezzi altissimi praticati dai due marchi al pubblico, realizzando un evidente danno per i consumatori. Si creerebbe inoltre un evidente squilibrio tra i ricavi dei due colossi della moda e i salari dei lavoratori, sfruttati e sottopagati”.
«Le accuse dell’Antitrust sono pesanti – afferma a sua volta Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici – e, se confermate, saremmo di fronte ad un comportamento gravissimo prima di tutto nei confronti dei lavoratori, ma anche dei consumatori. Parliamo di due tra i marchi più famosi al mondo, di due autentiche eccellenze che vengono percepite anche come garanzia di qualità. Una qualità che non riguarda solo il prodotto finale, ma tutto il processo di creazione».
Federconsumatori: i consumatori non vogliono macchiarsi la coscienza
Per Federconsumatori si fa sempre più urgente una normativa che introduca l’etichettatura sociale dei prodotti. Non solo nel settore alimentare. Un sistema che certifichi la correttezza di processi produttivi, le condizioni e la sicurezza dei lavoratori è stato infatti chiesto da Federconsumatori nel settore alimentare all’indomani della morte di Satnam Singh nelle campagne di Latina.
Per Federconsumatori quella che ora investe i due marchi di moda è una vicenda “inaccettabile”, specialmente se si guarda al contrasto fra i prezzi di vendita dei prodotti di moda e le condizioni dei lavoratori della filiera produttiva.
“Che si tratti di greenwashing o di negligenza nel verificare attentamente le credenziali e l’operato delle società fornitrici a cui si rivolgono, poco cambia – afferma Federconsumatori – Questa vicenda ripropone, ancora una volta, il tema sempre più centrale dell’etichettatura sociale delle produzioni. Un’esigenza che non si circoscrive al campo alimentare, ma che abbraccia molti settori, in cui i consumatori vogliono essere certi di acquistare senza macchiarsi la coscienza, rendendosi fruitori finali di atti di sfruttamento, schiavitù o danni all’ambiente”.
Per l’associazione serve dunque un sistema di controlli che riguarda tutti i passaggi della filiera – non solo documenti che attestino la conformità dei sistemi produttivi o l’eccellenza etica e ambientale. “Ci faremo promotori, presso il Mimit e Masaf, dell’avvio dei tavoli di discussione – conclude Federconsumatori – per predisporre al più presto una adeguata forma di etichettatura sociale: un passo fondamentale e necessario per conferire un valore aggiunto al made in Italy e alle produzioni italiane di qualità”.

