Fast fashion e impatto ambientale: consumatori più consapevoli, ma le abitudini faticano a cambiare

Fast fashion e impatto ambientale: consumatori più consapevoli, ma le abitudini faticano a cambiare (foto Pixabay)

Vi è una significativa discrepanza tra i valori ambientali dei consumatori e il loro effettivo comportamento d’acquisto nel settore tessile: è quanto emerso da un’indagine sull’impatto del fast fashion, che ha coinvolto centinaia di partecipanti in Italia, Spagna e Grecia.

Lo studio condotto da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED – nato per affrontare la montagna di rifiuti tessili e il loro impatto ambientale nel Mediterraneo – evidenzia che, nonostante la consapevolezza sull’impatto ambientale del fast fashion sia in aumento, la mancanza di trasparenza e le pressioni del sistema moda rimangono i principali ostacoli verso un consumo sostenibile.

Fast fashion, i consumatori chiedono più trasparenza

I dati – spiega Legambiente in una nota – rivelano un evidente “Value-Action Gap“, ossia il divario tra valori e azioni: nel 42,4% delle interviste si dichiara di prestare poca o nessuna attenzione alla sostenibilità durante l’acquisto di prodotti tessili. Tuttavia, la maggior parte delle persone si dice assolutamente favorevole all’acquisto di fibre sostenibili e disposta a cambiare le proprie abitudini per proteggere l’ambiente.

Inoltre, sebbene il 69% degli intervistati dichiari di leggere le etichette, questa percentuale diminuisce drasticamente con il calare dell’età, mentre il 34,6% ritiene che le informazioni riportate siano spesso incomplete o poco trasparenti.

Per questo i consumatori chiedono dati chiari sull’origine delle materie prime, sui processi produttivi e sulle condizioni di lavoro.

Dalle interviste, come detto, emerge quindi una discrepanza fra ciò che si pensa e ciò che si fa effettivamente quando ci si trova in un negozio.

I dati Eurostat indicano che oltre il 30% delle importazioni di tessile e abbigliamento extra-UE provenga dalla Cina (seguita da Bangladesh, Turchia, India e Cambogia), ma circa un quarto degli intervistati (25,4%) non ha idea della provenienza dei propri vestiti. E nel campione un buon 50% è composto da persone sotto i 18 anni.

Tra i punti chiave dell’indagine, infine, la gestione dei rifiuti. Sul fine vita dei prodotti regna l’incertezza: il 41,1% dei partecipanti non sa come vengano gestiti i rifiuti tessili nella propria regione o città.

Secondo Legambiente, dunque, “non vi è un reale disinteresse, quanto piuttosto la scarsa conoscenza del vero impatto della filiera e l’influenza del modello “fast fashion”, che incoraggia il consumo eccessivo e rende opachi i costi ambientali della produzione”.

L’impatto ambientale del settore tessile

L’associazione richiama, quindi, l’attenzione sull’impatto ambientale del settore tessile, che produce una pressione significativa su risorse come acqua, suolo, energia e materie prime.

Solo nell’Unione Europea, il settore si posiziona al terzo posto per consumo di acqua e suolo, e al quinto per l’utilizzo di materie prime ed emissioni di gas serra (European Environment Agency).

Nel 2020, il consumo medio di prodotti tessili per ogni cittadino europeo ha richiesto 9 m³ di acqua, 400 m² di terreno e 391 kg di materie prime (dati Parlamento Europeo, 2021). Ancora più allarmante è il dato sui rifiuti: ogni anno nell’UE vengono scartati 5 milioni di tonnellate di tessuti e abbigliamento – circa 12 kg a persona – e solo l’1% di questi viene riciclato in nuovi prodotti.

“L’impatto del tessile e della moda è una sfida globale, che passa da una normativa efficace basata su ecodesign e prevenzione, ma anche una sfida locale, che vede aziende e consumatori attori importanti della filiera – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. Le prime perché innovazione, sviluppo, efficientamento dei processi e decarbonizzazione sono ormai asset su cui non si può più derogare, i secondi perché con le loro scelte e la loro attenzione alla sostenibilità possono spostare l’ago della bilancia nella giusta direzione influenzando positivamente tutta la filiera”.

Per risolvere la carenza di informazioni, lo studio punta sul Passaporto Digitale del Prodotto (DPP), previsto dal Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile.

“Questo strumento – spiega Legambiente – rappresenterà la vera identità digitale del capo, standardizzando i dati su tracciabilità, trasparenza impatto ambientale, conformità normativa e gestione del fine vita, contrastando il greenwashing e rendendo finalmente i consumatori più consapevoli”.

Inoltre per l’associazione “serve uno strumento normativo importante, come la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), che obbliga chi produce, chi importa e vende prodotti tessili a farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, inclusi i costi di gestione del rifiuto”.

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