Consumo di suolo, l’Italia perde sempre più territorio naturale (Foto Pixabay)
Consumo di suolo, l’Italia perde sempre più territorio naturale
Il mosaico del territorio italiano continua a perdere pezzi naturali a causa di un consumo di suolo da record. Nel 2024 83,7 km² di territorio è stato trasformato in aree artificiali secondo il nuovo rapporto Ispra. Legambiente: sempre più cemento, sempre meno abitanti
Un tassello dopo l’altro, il mosaico del territorio italiano continua a perdere pezzi con il consumo di suolo. È un fenomeno in crescita continua, con i numeri più negativi da oltre dieci anni a questa parte. Il 2024 è stato infatti un anno record per il consumo di suolo. Infrastrutture, edifici e altre coperture artificiali occupano 21.575 km², il 7,17% del territorio italiano, contro una media che si ferma al 4,4% in Europa.
Consumo di suolo in crescita
Cantieri, strade sterrate, fotovoltaico a terra, nuovi edifici, infrastrutture di trasporto, poli per la logistica: tutto questo alimenta il consumo di suolo in Italia e l’espansione del territorio artificiale, che da 2006 al 2024 è sempre aumentata.
“I dati dell’ultimo anno (2024) mostrano una crescita significativa del consumo di suolo: 83,7 km² di territorio trasformato in aree artificiali, con un incremento del 15,6% rispetto al 2023. Il ritmo raggiunge i 2,7 m² al secondo, pari a quasi 230.000 m² al giorno”.
È quanto evidenzia il Rapporto SNPA “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”, che fotografa l’evoluzione di un fenomeno capace di incidere sulla qualità della vita, sull’ambiente e sugli ecosistemi. I numeri sono stati presentati nei giorni scorsi dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ed evidenziano quanto sia diffuso il consumo di suolo, che rappresenta “ una delle principali minacce alla biodiversità, alla sostenibilità ambientale, alla sicurezza alimentare e alla resilienza climatica.”
Il territorio continua a cambiare
Il suolo consumato in un anno in Italia equivale a quasi 12mila campi di calcio; ogni minuto spariscono in media 159 m² di suolo naturale. L’estensione di suolo con coperture artificiali è aumentata dello 0,37% in un solo anno. Le nuove costruzioni interessano anche aree a pericolosità idraulica, a rischio frane e a rischio sismico.
In Italia poi il consumo di suolo non si arresta neppure con il calo della popolazione: per ogni residente, in media c’è un territorio artificiale sempre maggiore, pari a 366 m² per abitante nel 2024 (era 347 m² per abitante nel 2006).
Il territorio italiano cambia ancora: nel 2024 sono stati coperti da nuove superfici artificiali quasi 84 chilometri quadrati, con un incremento di quasi 16% rispetto all’anno precedente. Con oltre 78 km2 di consumo di suolo netto si tratta del valore più alto dell’ultimo decennio. La crescita delle superfici artificiali è infatti solo in piccola parte compensata dal ripristino di aree naturali, pari a poco più di 5 km2 , dovuti al passaggio da suolo consumato a suolo non consumato. Il quadro rimane dunque sbilanciato.
Aree a rischio dissesto, coste e aree protette
Anche per il 2024 è confermata la tendenza all’aumento del consumo di suolo nelle aree a rischio dissesto dove il fenomeno, dopo il rallentamento registrato nel 2023, torna a correre: +1.303 ettari nelle zone a pericolosità idraulica media e +600 ettari nelle zone a pericolosità da frana.
Continua l’impermeabilizzazione lungo le fasce costiere, dove la percentuale di suolo consumato nei primi 300 metri dal mare è più del triplo del resto del territorio nazionale (22,9%), nelle pianure (11,4%), nei fondi valle e nelle aree a vocazione agricola vicino a quelle urbane. Aumenta il consumo di suolo nelle aree protette, nelle quali si ricoprono altri 81 ettari (oltre il 73% di questi nei parchi naturali nazionali e regionali). E diminuisce il verde in città, che nel 2024 perde oltre 3.750 ettari di aree naturali.
Logistica e cloud
Nel 20204 il consumo di suolo dovuto ai nuovi pannelli fotovoltaici a terra risulta quadruplicato: si passa dai 420 ettari del 2023 a oltre 1.700 ettari del 2024 (dei quali l’80% su superfici precedentemente utilizzate ai fini agricoli) di suolo ricoperto. Non ci sono cali neanche sul fronte della logistica.
Dal 2006 a oggi le coperture artificiali riconducibili alla logistica raggiungono un totale di poco superiore ai 6.000 ettari. Un fenomeno che risulta in aumento soprattutto in Emilia-Romagna (+107 ettari), Piemonte (+74 ettari) e Lombardia (+69 ettari). Al consumo di suolo legato alla logistica negli ultimi anni si è affiancata una nuova dinamica territoriale dovuta all’espansione dei data center, alimentata dalla crescente esigenza di infrastrutture digitali e servizi cloud. Questo sviluppo ha comportato, nel solo anno 2024 e considerando gli interventi più significativi, l’occupazione di oltre 37 ettari di superficie, con una concentrazione prevalente nelle aree settentrionali del Paese.
Fermare il consumo di suolo per le sfide del clima
“Il consumo di suolo in Italia è un fenomeno in accelerazione che richiede risposte urgenti e coordinate. La sfida è duplice: da un lato, contenere l’espansione urbana e infrastrutturale; dall’altro, promuovere il ripristino ecologico e la resilienza territoriale”, evidenzia il report dell’Ispra.
Per fermare questo fenomeno bisognerebbe minimizzare gli interventi di artificializzazione e aumentare il ripristino naturale delle aree più compromesse, come città a coste. È una misura fondamentale anche per l’adattamento agli eventi meteo estremi.
“Arrestare il consumo di suolo nel nostro Paese – spiega l’Ispra – permetterebbe, in definitiva, di fornire un contributo fondamentale per affrontare le grandi sfide poste dai cambiamenti climatici, dal dissesto idrogeologico, dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, dal diffuso degrado del territorio, del paesaggio e dell’ecosistema, dalla perdita di biodiversità”.
Più cemento sui campi, meno abitanti in città
“Se il consumo di suolo è l’impronta vista dall’alto della crisi climatica, allora la situazione restituita per il nostro Paese appare decisamente critica – ha commentato Legambiente – Dal 2012, anno in cui Ispra ha avviato il proprio sistema di monitoraggio, non si era mai registrata una perdita così estesa di suoli agricoli, a seguito della crescita di urbanizzazioni e infrastrutture. Un dato ancora più sconcertante se si considera che questa corsa alla cementificazione avviene in un Paese in declino demografico”.
Sostiene Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente: «Sempre più cemento sui campi, sempre meno abitanti in città: pesano responsabilità di amministratori locali, ma anche un quadro obsoleto di norme, nazionali e regionali, inadeguate a fornire strumenti per il governo sostenibile delle trasformazioni urbane e territoriali».
La Soil Monitoring Law
In questo contesto, la notizia positiva per Legambiente è la recente approvazione da parte del Parlamento europeo della direttiva sul suolo, la Soil Monitoring Law.
È la prima normativa europea dedicata alla tutela dei suoli, anche se il testo finale per l’associazione risulta molto meno ambizioso rispetto alla proposta iniziale, un’approvazione insufficiente ma che segna un’inversione di tendenza rispetto all’indebolimento delle politiche ambientali. Nata con l’obiettivo di proteggere la salute e l’ecologia dei terreni europei, spiega Legambiente, la direttiva si limita ora a definire un quadro comune di monitoraggio del suolo, con particolare attenzione ai diversi fattori di degrado, a partire dalla contaminazione.
«La direttiva – ha detto Damiano Di Simine, responsabile suolo di Legambiente – non risponde certo alle aspettative della petizione europea da noi promossa a suo tempo con l’iniziativa dei cittadini europei People4soil, ma segna comunque un precedente di valore storico: per la prima volta, la tutela del suolo entra nel diritto dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Grazie alla norma approvata ieri possiamo almeno iniziare a sviluppare una piattaforma comune di dati e conoscenze accurate sullo stato di salute dei suoli, e definire criteri comuni per il loro risanamento, un aspetto non secondario se si considerano le migliaia di siti contaminati presenti nel nostro Paese e in tutti gli Stati dell’Unione. Confidiamo in tempi migliori per poter quanto prima passare dalla conoscenza alla tutela del suolo».

