Pia, Arber e Natalia vivono a Roma ormai da molti anni. Sono arrivati in Italia quando erano ancora dei bambini partendo dalle Filippine, dall’Albania e dalla Romania e oggi, ormai adulti, hanno trovato un lavoro e si sentono parte del Paese che li ha accolti. Pia fa la giornalista e dalle pagine del suo giornale cerca di offrire informazioni utili ai filippini nuovi arrivati; Arber lavora per la Caritas e cerca di restituire, con il suo operato, parte dell’accoglienza che gli è stata data; Natalia fa l’interprete, conosce sei lingue e ha studiato in Germania ma non sa ancora se vorrà restare per sempre in Italia. Sono tutti e tre dei ragazzi ancora giovani con alle spalle dei percorsi di integrazione positivi che intendono spendere al meglio le loro energie anche a vantaggio del paese che li ha accolti. Di casi come questi Roma e il Lazio possono offrirne molti: la regione infatti continua ad essere tra i principali poli di attrazione per l’immigrazione nella Penisola. Prova ne è il grande impegno assunto nel 2014, nell’ambito dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati.
Secondo i dati diffusi ieri dall’undicesimo Rapporto dell’Osservatorio romano sulle migrazioni, realizzato da Idos e Istituto San Pio V, il 50,4% dei permessi di soggiorno per protezione internazionale, infatti, è stato rilasciato nella provincia di Roma. La rete Sprar ha di conseguenza dovuto aumentare i posti disponibili, arrivando a 4.790 in tutta la regione (il 68% di questi si trovano concentrati nella Capitale). Al 1°gennaio 2015, il Lazio è al secondo posto per numero di residenti stranieri (636.524 presenze, il 10,8% della popolazione totale, il 12,7% degli stranieri residenti in tutto il Paese) e la città metropolitana di Roma, con 523.957 cittadini di origine straniera, spicca tra le provincie della regione.
Mons. Giuseppe Marciante, Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma, tiene a precisare che “la parola “straniero” fa paura e nasce quando non si conosce l’altro, soprattutto dando credito ai pregiudizi sull’altro. La paura spesso blocca le relazioni e i rapporti non solo con Dio, ma anche tra gli uomini. Più volte il Signore ci ha esortato a non avere paura, perché quando la si prova si finisce per incuterla. La nostra missione consiste nel liberare noi e gli altri dalle false paure”.
Che volto hanno dunque coloro che hanno scelto l’Italia come meta del proprio progetto migratorio? Si tratta in prevalenza di persone giovani, con un’età media di 35 anni, che arrivano nella regione in cerca di un lavoro per migliorare le condizioni future della famiglia. Per il 55% delle volte provengono da paesi europei (Romania in testa con il 33,6%) ma l’Asia resta il continente più rappresentato con una presenza che, nella Capitale, considerando solo le tre comunità asiatiche maggiori (filippini, bangladesi, cinesi), arriva al 73%. Sono cambiate però, nel corso del tempo le modalità insediative: i residenti romeni e dell’Europa dell’Est si distribuiscono su tutto il territorio regionale, gli indiani si concentrano per lo più nella provincia di Latina, gli albanesi e i marocchini nelle province di Latina e di Frosinone; invece, le collettività asiatiche più grandi (filippini, bangladesi e cinesi) vivono quasi esclusivamente nella Capitale e in alcuni suoi quartieri: i filippini e i bangladesi residenti nell’area romana sono, ciascuno, un quinto della corrispondente collettività in Italia.
Il motivo principale delle emigrazione resta il bisogno di trovare un lavoro e, nonostante gli anni di crisi, gli impiegati stranieri nel Lazio hanno superato le 320.000 unità (14,1% dei lavoratori totali), seppure il tasso di disoccupazione resti particolarmente alto. Nella provincia di Roma i lavoratori stranieri sono 274.000 e operano per il 42,3% nei servizi collettivi e personali (116.000 occupati, 130.000 nel Lazio). Nel lavoro autonomo, si registrano 67.000 imprese immigrate in tutta la regione, 57.000 nella Città Metropolitana di Roma, dove è a responsabilità straniera 1 impresa ogni 8 (12,1%). Nel triennio 2011-2014 il ritmo di crescita nel Lazio (+32,6%) e nella Città Metropolitana di Roma (+35,5%) è stato doppio rispetto al resto d’Italia (+15,6%).
Ancora una volta l’area romana anticipa quello che, secondo le previsioni dei demografi, avverrà a livello generalizzato a metà del secolo”, ha commentato in chiusura Ugo Melchionda, presidente del Centro Studi Idos. Va da sé che a livello di politiche di integrazione molto debba essere ancora fatto, a cominciare da una maggiore attenzione all’educazione scolastica e linguistica di bambini e ragazzi stranieri che inizieranno un percorso di studi in Italia. “Il rischio”, spiega Paola Piva, coordinatrice di Rete Scuolemigranti, “è quello che questo gap non permetta di valorizzare al meglio le capacità di cui questi giovani dispongono, perdendo importanti opportunità per il Paese”.
 

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