Acquedotti vecchi, con forti perdite di rete e investimenti che non bastano: servirebbero cinque miliardi di euro l’anno per sistemare le infrastrutture idriche del paese. L’Italia fa acqua, nel senso che ne perde troppa – si arriva al 46% nelle aree centrali del paese – mentre l’11% dei cittadini non viene ancora raggiunto dal servizio di depurazione. Questa la fotografia del settore idrico restituita dall’analisi del Blue Book, studio sui dati del servizio idrico promosso da Utilitalia (associazione delle imprese idriche, energetiche e ambientali) realizzato dalla Fondazione Utilitatis con il contributo della Cassa depositi e prestiti, che analizza 54 gestori e una popolazione di 31 milioni di abitanti. E che sottolinea il gap infrastrutturale del settore idrico in Italia rispetto al contesto europeo.

acquaGli acquedotti sono in gran parte vecchi: basti pensare che il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani) e che il 25% di queste  supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi centri urbani). Le perdite delle reti sono differenti nel territorio ma ingenti: si va dal 26% del Nord, al 45% del Sud, al 46% del Centro Italia. Alla vetustà delle reti  e alla necessità di investimenti sugli acquedotti per limitare le perdite si collega il fabbisogno di investimenti sulla “depurazione delle acque reflue”. Circa l’11% dei cittadini, infatti, non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione. La conseguenza  – oltre a incalcolabili danni per l’ambiente e la qualità delle acque marine e di superficie – è nelle  sanzioni  europee comminate all’Italia,  colpevole di ritardi nell’applicazione delle regole sul trattamento delle acque.  

Lo studio di Utilitalia evidenzia altri due fattori che pesano sul servizio idrico: investimenti ancora scarsi e tariffe più basse rispetto ad altri paesi. Gli investimenti programmati per il primo periodo regolatorio 2014-2017 si attestano su una media nazionale di 32 euro per abitanti, che diventano circa 41 euro per abitante l’anno se si aggiunge la quota di contributi e fondi pubblici. “Dato ben lontano – afferma Utilitalia – dagli 80 euro per abitante che sarebbero necessari a coprire un fabbisogno totale  di investimenti stimato in circa 5 miliardi all’anno .Dato ancor più grave se si pensa che al Sud le disponibilità si dimezzano a fronte di una concentrazione di sanzioni e di ritardi per la depurazione. Su cosa si potrebbero reggere gli investimenti necessari? Non certo sull’intervento pubblico, considerando lo stato delle finanze italiane, ma sulle politiche  tariffarie “full cost recovery” applicate in tutta Europa”.

Altro tema toccato o è quello delle tariffe. L’Italia, afferma lo studio, rimane ancora uno dei paesi con livelli tariffari più bassi. Nei confronti internazionali riportati nel Blue Book, lo stesso metro cubo di acqua che a Berlino costa 6,03 dollari, ad Oslo 5,06 dollari, a Parigi 3,91 e a Londra 3,66 dollari, a Roma si paga 1 dollaro  e 35 centesimi. Nel livello tariffario idrico l’Italia è seconda soltanto ad Atene e a Mosca. “Ancora troppo elevato, infine, il numero delle gestioni in economia  – prosegue lo studio – Nonostante le aggregazioni e la razionalizzazione avviata fin dagli anni ’90 con la Legge Galli e nonostante la nascita di soggetti industriali solidi, operanti in più regioni, resta il dato che oltre 10,5  milioni di abitanti sono serviti da  2.098 gestioni in economia. Il che significa che ciascuno  supera di poco i 4700 abitanti serviti, con evidenti ripercussioni in termini di economie di scala e capacità di investimenti e di programmazione. Difficile, senza una gestione di tipo industriale e dimensioni adeguate, verificare fenomeni di  abusivismo e morosità ed adottare misure di tutela delle fasce deboli della popolazione”.

“La logica in questo settore deve guardare alla qualità del servizio offerto all’utente finale – commenta il  presidente di Utilitalia, Giovanni Valotti – questo dipende dalla qualità delle infrastrutture che a sua volta dipende da gli investimenti . Dopo un periodo di forte flessione che ha avuto il suo picco nel 2012, dal 2014 hanno ripreso a partire, almeno un po’. Questo è tanto più vero quanto più i gestori dei vari ambiti sono costituiti a livello industriale ed è tanto meno vero dove le gestioni sono ancora in economia. Nel Paese ce ne sono in oltre 2.000 Comuni. Possiamo essere contenti del fatto che si sia ripartiti  – continua Valotti – ma non è sufficiente. Servono investimenti per 5 miliardi all’anno, cifra che  sarebbe il minimo necessario per coprire il fabbisogno di infrastrutture del nostro Paese. Siamo a meno della metà. Se vogliamo cambiare marcia  e modernizzare il settore, credo dovremmo pensare ad un adeguamento graduale della tariffa facendo attenzione a tutelare le fasce deboli della popolazione”.


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