“Spreco, nel Servizio Sanitario Nazionale, è ogni attività, comportamento, bene e servizio che, utilizzando risorse, non produce risultati in termini di salute, benessere e qualità della vita”. Così si legge nella Carta Europea dei diritti del malato, ma la realtà sembra molto distante dalle dichiarazioni di principi, come emerge dal Rapporto “I due volti della sanità. Tra sprechi e buone pratiche. La road map per la sostenibilità vista dai cittadini”, presentato oggi da Cittadinanzattiva.
Succede quindi che ad Acireale un apparecchio per la risonanza magnetica venga utilizzato solo 5 mattine e solo dai pazienti ricoverati; a Napoli un complesso operatorio di 900 mq, 4 sale operatorie, un open space con quattro posti per la rianimazione lavori solo 5 ore al giorno; a Bari un reparto di ostetricia appena ristrutturato non funzioni per carenza di personale.
Sono solo alcune delle 104 segnalazioni che cittadini comuni, medici e attivisti dell’associazione Cittadinanzattiva hanno individuato in un anno di rilevazioni che sono convogliate nella realizzazione del Rapporto “I due volti della sanità. Tra sprechi e buone pratiche. La road map per la sostenibilità vista dai cittadini”, presentato questa mattina. Da una parte un approccio “destruens” per mettere in evidenza quello che non va nella gestione del Servizio Sanitario Nazionale, dall’altra parte una visione “costruens” volta a rilevare anche le buone pratiche messe in atto in alcuni contesti per migliorare la vita dei pazienti e la qualità delle strutture.
Dal Rapporto emerge che, suddividendo gli sprechi per macroaree, il 46% riguarda il mancato o scarso utilizzo della dotazione strumentale, il 37% ha a che fare con una insufficiente erogazione di servizi e prestazioni, il 17% è dovuto a una cattiva gestione delle risorse umane a disposizione.
Eppure, sottolinea, Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato, “sono anni che in un modo o nell’altro il SSN viene sottoposto a tagli per il contenimento della spesa: 54 miliardi di euro tra il 2011 e il 2015 e altri 14,5 miliardi previsti per il 2016”. A fronte di questa contrazione di risorse economiche non sembra però che ci siano stati effettivi risparmi né i corrispettivi reinvestimenti. Ciò che appare certo invece sono gli effetti negativi che gli sprechi continuano a provocare sui diritti del malato, soprattutto riguardo al rispetto degli standard di qualità (14,7%), dei tempi (14%) e della sicurezza delle cure (11,6%).
Tuttavia, accade spesso che l’occhio del cittadino/paziente non guardi le cose con la stessa prospettiva di un manager ospedaliero. Perciò, quello che da una parte appare uno spreco, dall’altra è un efficientamento delle risorse. Su questo aspetto, Francesco Ripa di Meana, presidente di Fiaso (Federazione Italiana Aziende Sanitarie), ha precisato che “investire più in personale infermieristico piuttosto che in medici, ad esempio, ha la finalità di andare in contro all’esigenza della lungodegenza o della cronicità, situazioni in cui il grosso del lavoro di cura è demandato appunto agli infermieri”. Sul piano delle buone pratiche, invece, “occorre che queste, quando producono risultati positivi, vengano messe a sistema e condivise da tutti. Solo così si può alzare l’asticella della qualità e produrre miglioramento diffuso”, ha sottolineato Rasanna Di Natale, coordinatore scientifico di Federsanità ANCI.
Considerando quindi gli sprechi e le buone pratiche si può arrivare a una nuova ricetta per un SSN più sostenibile per i cittadini:

  1. Ammodernare e organizzare la sanità pubblica a partire dalla centralità del malato;
  2. Attuare per tempo le decisioni assunte;
  3. Adottare una nuova strategia per la misurazione e la definizione degli standard;
  4. Realizzare una banca dati delle dotazioni strumentali e dei beni eccedenti e non utilizzati presenti nelle strutture;
  5. Promuovere la trasparenza come strategia di scelta e valutazione e per contrastare l’illegalità.

“La sostenibilità, però, va intesa in un senso più ampio di quello strettamente economico”, puntualizza Anna Lisa Mandorino, vice segretario generale di Cittadinanzattiva, “deve essere concepita piuttosto come la volontà di raggiungere degli obiettivi di saluti che soddisfino i bisogni di oggi e quelli di domani, in un’ottica di maggiore umanizzazione del SSN”.


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