Violenza economica, investe oltre il 6% delle donne (Foto Robert Bogdan per Pexels)
Violenza economica, in Italia investe oltre il 6% delle donne
Oggi la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Focus sulla violenza economica: quando partner o ex partner impediscono alle donne di prendere decisioni economiche e finanziarie, di avere una carta di credito o un bancomat, di lavorare. Adoc: non lascia lividi ma toglie la libertà
La violenza economica incide sulla libertà di scelta delle donne. Non lascia lividi visibili ma usa la manipolazione finanziaria come arma di potere. Nel dibattito sulla violenza contro le donne, e sulle forme per prevenirla e contrastarla, negli anni è aumentata l’attenzione verso la violenza economica. Secondo l’Istat, il 6,6% delle donne in Italia ha subito violenza economica dal partner attuale o dall’ex partner. Per l’Adoc nazionale la violenza economica si traduce in “una moderna forma di schiavitù”.
Quando la violenza è economica
Nella Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, vale la pena soffermarsi sulla dimensione della violenza economica. Sta per un insieme di comportamenti quali impedire alla donna di conoscere il reddito familiare, di avere una carta di credito o un bancomat, di usare il proprio denaro, di lavorare, e danneggiare cose e oggetti personali.
Secondo l’Istat, fra le donne che nel 2025 vivono una relazione di coppia l’1,1% (circa 92mila donne) ha subito violenza economica; il valore sale all’ 1,3% considerando le donne che hanno mariti o conviventi, mentre il 10,2% delle donne l’aveva subita da parte dei partner precedenti. In totale, il 6,6% delle donne ha subito una violenza economica da partner attuali o passati.
Le donne che vivono in un contesto di violenza economica hanno poca autonomia finanziaria e spesso sono escluse dalle decisioni su scelte importanti per la famiglia. Tra le donne che subiscono violenza economica, rileva l’Istat, oltre la metà (53,6%) non dispone di un reddito personale e vive grazie al mantenimento da parte di familiari conviventi, una condizione che accentua la dipendenza e riduce ulteriormente le possibilità di autonomia e uscita dalla violenza.
La dipendenza diventa una trappola
Ed è per questo che, per il 25 novembre, Adoc nazionale punta i riflettori su questa forma di violenza, che toglie la libertà. “Una quota significativa delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza – ricorda l’associazione – denuncia di essere vittima anche di abusi economici, che si manifestano attraverso l’esclusione dalle decisioni familiari, il controllo ossessivo delle spese e il sabotaggio lavorativo”. La dipendenza in un contesto di violenza diventa una trappola, soprattutto per casalinghe, studentesse e disoccupate.
«La violenza economica segue uno schema ciclico e subdolo – dichiara Anna Rea, presidente nazionale Adoc – Inizia spesso sotto le spoglie di una falsa protezione — ‘Ci penso io alle finanze‘ — per poi intensificarsi con la chiusura dei conti, il ritiro delle carte di credito e l’odioso fenomeno dei ‘debiti condivisi’, con cui la vittima è costretta a intestarsi passività non sue. L’obiettivo dell’abusante è l’isolamento totale: senza denaro diventa impossibile muoversi, mantenere amicizie o fuggire. E quando ci sono figli, il ricatto del sostentamento rende la trappola quasi impossibile da scardinare».
Per l’Adoc non è una questione privata, ma serve una risposta culturale e sociale, per una responsabilità collettiva. Significa investire sull’alfabetizzazione finanziaria già dalla scuola, “decostruire la narrativa che associa il denaro al potere maschile”, formare chi è a contatto col pubblico, come il personale bancario, a riconoscere i campanelli d’allarme di un’eventuale violenza economica.
«La libertà inizia dall’indipendenza economica, che si fonda necessariamente su un lavoro non precario e retribuzioni adeguate – conclude la presidente Rea – Riconoscere, nominare e combattere questo abuso significa ridefinire i confini della libertà femminile e, con essa, la qualità democratica del nostro Paese».
Banche contro la violenza
Nel segno dell’autonomia, e quindi anche del contrasto alla violenza economica, vanno diverse iniziative realizzate anche dalle banche. In occasione del 25 novembre, ABI, Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin hanno sottoscritto un innovativo Protocollo d’intesa per il contrasto alla violenza sulle donne. Nell’ambito del lavoro, il protocollo prevede misure per il supporto e l’inserimento delle donne vittima di violenza, accompagnandole lungo tutto il percorso di protezione. Nel più generale tema della violenza, l’ABI si impegna a promuovere presso i propri Associati l’attivazione di iniziative occupazionali nell’ambito di piani di ricambio generazionale per l’inserimento delle donne vittima di violenza e dei figli, in caso di femminicidio. Con le istituzioni, ABI e sindacati si impegnano poi perché permettano alle vittime di violenza di accedere alla sospensione del loro mutuo indipendentemente dalla volontà dei cointestatari.
Una rivoluzione culturale sull’educazione finanziaria delle donne
“Quando una donna non è economicamente indipendente – evidenzia il Movimento Difesa del Cittadino – si trova più esposta al controllo, alla limitazione della libertà e alla manipolazione. Questo è violenza. Una violenza che non lascia lividi, ma che incatena e condiziona la vita quotidiana”.
In molte famiglie la gestione delle finanze rimane concentrata nelle mani degli uomini, che di fatto decidono, controllano e amministrano il denaro. Da qui un potere invisibile ma incisivo, che può ostacolare l’uscita da situazioni di abuso e impedire scelte autonome. Secondo un’indagine Ipsos realizzata per la Giornata Senza Debiti di KRUK Italia, in Italia – ricorda MDC – persiste una forte disparità economica tra uomini e donne, alimentata da una radicata mancanza di educazione finanziaria femminile. E la scarsa alfabetizzazione economica femminile si traduce in bassa sicurezza nelle scelte finanziarie, minore autonomia e dipendenza economica dal partner o da una figura maschile della famiglia.
MDC chiede di promuovere programmi di educazione finanziaria mirati alle donne, favorire politiche pubbliche che incentivino l’autonomia economica femminile e coinvolgere scuole, istituzioni e media in una grande campagna culturale. Serve insomma “una rivoluzione culturale” sull’educazione finanziaria delle donne.

