La violenza lascia cicatrici sul Dna. Progetto Iss: stress post traumatico anche dopo anni (Foto Pixabay)
La violenza sulle donne lascia cicatrici sul Dna. Iss: stress post traumatico anche dopo anni
Un progetto di ricerca cerca le cicatrici epigenetiche sul Dna delle vittime di violenza. I primi risultati: oltre la metà delle donne vittima di violenza a distanza di anni presenta un disturbo da stress post traumatico, un quarto ha sintomi di depressione
La violenza lascia cicatrici epigenetiche sul Dna, un’impronta che non modifica la struttura dei geni ma la loro funzionalità, con possibili conseguenze sulla salute a lungo termine. Un recente progetto di ricerca dell’Istituto superiore di sanità vuole indagare gli effetti a lungo termine della violenza sulle donne. I primi risultati sono già molto significativi. Oltre la metà delle donne vittime di violenza, a distanza di anni, presenta un disturbo da stress post traumatico – PTDS, una forma di disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche, come guerre, eventi catastrofici o l’ esposizione ripetuta e continua a episodi di violenza, abusi e degrado. Un quarto ha sintomi di depressione. Un terzo rischia di subire di nuovo violenza.
«La violenza domestica lascia tracce epigenetiche che modificano l’espressione dei geni, cioè la loro attività, senza alterare la sequenza del DNA – spiega Simona Gaudi, responsabile del progetto per l’Iss – Studiare queste modificazioni potrebbe permetterci di predire gli effetti a lungo termine della violenza e sviluppare interventi preventivi personalizzati prima che insorgano patologie croniche».
Il progetto EpiWE
I dati, spiega l’Iss, sono stati raccolti grazie alle prime cento donne che hanno accettato di donare un campione di sangue per il progetto di ricerca EpiWE, Epigenetica per le donne, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e finanziato dal Ministero della Salute.
L’obiettivo del progetto è di indagare se, quanto e per quanto tempo la violenza influenzi l’attività dei geni e comprometta la salute psico-fisica delle donne. Il progetto vuole poi capire se episodi traumatici di sopraffazione fisica, sessuale o relazionale si possano correlare a un rischio maggiore di ammalarsi, nel corso del tempo, di alcune patologie fisiche o psichiatriche. Attraverso la collaborazione con la regione Puglia, EpiWE è stato esteso anche ai minori che hanno assistito a violenza.
Disturbo post traumatico e depressione
Le prime informazioni disponibili sono state raccolte su 76 vittime di violenza, mentre il resto del campione è stato utilizzato come controllo. Il progetto fa ricorso a un questionario elettronico in italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco, che viene integrato con analisi che cercano le “cicatrici” epigenetiche sul Dna. Al momento EpiWE ha coinvolto Lazio, Lombardia, Campania, Puglia e Liguria.
Dai risultati emerge che oltre la metà di vittime di violenza presenta disturbi post-traumatici (PTSD) gravi: il 27% delle donne con diagnosi di PTSD e 28.4% con PTSD complesso (C-PTSD).
Il 23% delle vittime ha sintomi di depressione, il 32% è ad alto rischio di subire di nuovo violenza.
Più della metà ha un livello di istruzione pari o superiore al diploma di maturità e il 34% ha un’occupazione stabile. Oltre 8 su dieci è di cittadinanza italiana. L’aggressore nel 97% dei casi è un uomo, nel 71% è il coniuge o partner. Nel 90% dei casi la violenza (sessuale, fisica, psicologica ed economica) è ripetuta nel tempo.
Le cicatrici sui minori che assistono a violenza
Nel progetto è stato inserito anche un questionario digitale per i minori, pensato per bambini e adolescenti.
Il questionario, spiega Gaudi, «è stato somministrato per ora a 26 minori di 7-17 anni (fra cui 8 orfani speciali, con madre deceduta e padre deceduto o in condizioni di detenzione) che hanno assistito alla violenza in famiglia, arruolati nel territorio pugliese in seguito a una collaborazione con la Regione Puglia e nell’ambito dello studio ESMiVA, Esiti di Salute nei Minori esposti a Violenza Assistita».
Secondo i primi risultati, spiega l’esperta, quasi l’80% dei minori ha vissuto come evento traumatico aver assistito a violenze fisiche in famiglia, e sono stati identificati diversi casi di PTSD complesso e depressione elevata.
Il 42,3% del campione ha genitori separati o divorziati, e nel 92,3% dei casi l’aggressore è il padre.
«I risultati – conclude Gaudi – confermano l’urgenza di: screening sistematici nelle strutture sanitarie e nei servizi sociali, interventi multidisciplinari integrati tra sanità, scuola e servizi sociali, Protocolli di prevenzione personalizzati basati su evidenze scientifiche, monitoraggio longitudinale, ossia nel tempo) per valutare l’evoluzione dei sintomi. Lo studio proseguirà con follow-up programmati per monitorare l’evoluzione della sintomatologia della violenza subita, e costruire una base dati per future ricerche sul trauma transgenerazionale».

