Dazi sulla pasta, l’ipotesi che fa tremare il settore (Foto Pixabay)
Dazi sulla pasta, l’ipotesi che fa tremare il settore
L’amministrazione Usa sta valutando di imporre dazi di circa il 107% sulla pasta italiana. Mercato in agitazione. Assoutenti: si rischiano aumenti anche in Italia
Il mercato della pasta è in fermento. La tegola che si è abbattuta sul settore (ma per ora niente è ancora certo) è la possibilità che dal primo gennaio 2026 l’amministrazione degli Stati Uniti imponga dazi di circa il 107% sulla pasta italiana. L’ipotesi è di questi giorni e rischia di diventare una nuova tappa della guerra commerciale scatenata dagli Usa.
Presunto dumping
Nelle ultime settimane alcuni marchi di pasta italiana sono stati oggetti di esame negli Usa per presunte pratiche commerciali di esportazione verso gli Stati Uniti a costi inferiori rispetto a quelli di mercato (“dumping”). Tutto scaturisce dal Dipartimento del Commercio statunitense, che all’inizio di settembre ha pubblicato l’esito preliminare di una sua indagine. Questa prevede l’imposizione di dazi provvisori antidumping di oltre il 91% sulla pasta italiana. In realtà non sarebbero interessati tutti i marchi ma comunque il provvedimento colpirebbe i più grandi esportatori.
Il tutto parte da una revisione periodica richiesta negli Usa dalle aziende concorrenti e che si è svolta su due sole aziende, La Molisana e Garofalo. In breve: il Dipartimento del Commercio ha accusato le aziende italiane di pasta di fare dumping e ha imposto una tariffa del 91,74%, in aggiunta al 15% già in vigore. Questo farebbe salire l’imposizione complessiva a quasi 107%.
Si attivano la Farnesina e il Masaf
La valutazione è ancora preliminare, ma la preoccupazione in Italia si è subito diffusa.
Si sono attivati il Ministero degli Esteri e il Ministero dell’Agricoltura. “Il Ministero degli Esteri sta lavorando, in stretto raccordo con le aziende interessate e d’intesa con la Commissione Europea, affinché il Dipartimento USA riveda i dazi provvisori stabiliti per le nostre aziende”, informa la Farnesina.
Mentre dagli Stati Uniti il titolare del Masaf Francesco Lollobrigida ha fatto sapere: «Seguiamo con attenzione i dossier legati alla presunta azione anti dumping che farebbe scattare un meccanismo iper protezionista verso i nostri produttori di pasta del quale non vediamo né la necessità né alcuna giustificazione. Il Governo e i nostri diplomatici sono in contatto costante con gli uffici governativi statunitensi per affrontare questo ed altri dossier – vino, pecorino romano, olio extravergine – utili a garantire rapporti commerciali floridi e sempre più proficui».
I dazi sulla pasta, rileva un’analisi del Il Post, evidenziano un problema soprattutto di settore: “Il problema dei possibili dazi su alcuni produttori di pasta quindi non è tanto a livello macroeconomico, ossia per il complesso dell’economia italiana, ma a livello microeconomico, cioè per il settore della pasta e le sue aziende. Secondo dati del Sole 24 Ore il mercato statunitense per i pastai italiani vale complessivamente 700 milioni di euro l’anno, su vendite complessive di 8,7 miliardi” (Il Post).
Pasta prodotto di lusso
«È un modo per proteggere i produttori statunitensi e alzare barriere all’importazione, più che una misura basata su dati concreti – scrive Roberto La Pira in un’analisi su Il Fatto Alimentare – La conseguenza rischia di essere devastante: con dazi oltre il 100%, la pasta italiana diventerebbe un prodotto di lusso negli Stati Uniti, riducendo drasticamente i volumi di esportazione e colpendo una delle filiere più simboliche del made in Italy agroalimentare».
Assoutenti: rischio rialzi sul mercato italiano
I Consumatori, da parte loro, temono che eventuali dazi sulla pasta avrebbero ripercussioni non solo sui prezzi negli Usa ma anche su quelli del mercato interno. Insomma: c’è il rischio che la pasta aumenti di prezzo anche in Italia.
“Oggi un chilo di pasta costa in media in Italia 1,84 euro – analizza Assoutenti – ed eventuali dazi imposti dagli Stati Uniti su tale prodotto simbolo del made in Italy rischiano di provocare effetti anche sui listini praticati nel nostro Paese”.
Nelle principali città italiane oggi un chilo di pasta di semola di grano duro varia da una media di 2,15 euro di Pescara a una media di 1,33 euro di Palermo, afferma l’associazione sulla base dei dati Mimit. Listini sopra i 2 euro/kg anche ad Ancona (2,08 euro), Cagliari (2,05 euro) e Firenze (2,03 euro). Roma è più costosa di Milano: un kg di pasta si attesta in media a 1,97 euro/kg, contro 1,79 euro/kg di Milano.
Rispetto a settembre 2021, secondo dati Istat, oggi un chilo di pasta costa in media il 24,2% in più. I rialzi sono legati alla guerra in Ucraina, al rincaro dell’energia e alla crisi delle materie prime.
«Una eventuale imposizione di dazi al 107% sulla pasta italiana rischia di determinare nuovi rincari anche sul nostro territorio – afferma il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso – Le esportazioni verso gli Usa crollerebbero portando a perdite per i produttori che, per recuperare i minori guadagni sul mercato Usa, potrebbero rialzare i listini al dettaglio sul mercato interno, con danni economici evidenti per le famiglie italiane».

