sanità


Entra in vigore domani in tutti gli Stati membri dell’Unione europea la Direttiva europea sulle cure transfrontaliere: l’Italia si è impegnata a recepirla entro il 4 dicembre e nella legge di Stabilità è previsto uno stanziamento ad hoc, per il 2014, di 121 milioni di euro. E’ stato attivato il Punto di Contatto Nazionale (PCN), presso il Ministero della Salute, ma questo non è ancora attivo e non è presente alcuna informazione sulla presenza e i riferimenti del PCN.Secondo Cittadinanzattiva, la Direttiva è una sfida da cogliere ma bisogna fare attenzione ai rischi economici e ai possibili contenziosi per il rimborso.

“I problemi che possono derivare dalla implementazione della Direttiva sono di due ordini spiega Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-CittadinanzattivaIn primo luogo, rischi di natura economica per il cittadino: veniamo da un sistema di rimborso che, almeno sulla carta, dà assistenza diretta a tutti quelli che scelgono di andare all’estero per curarsi e alcune regioni coprono tutte le spese; con la direttiva invece, si rischia un rimborso solo dopo aver sostenuto la prestazione  e, inoltre, lo stesso potrebbe essere parziale, cioè senza spese di soggiorno e con eventuali possibili differenze tra costo della prestazione nel Paese di residenza e costo nello Stato “curante”, differenza che peserebbe sulle tasche dei cittadini. In secondo luogo, rischi a carico degli Stati: da una parte per i verosimili aumenti del contenzioso derivanti dall’applicazione dell’assistenza indiretta, dall’altra per ricoveri inappropriati determinati dal fatto che i cittadini, soprattutto quelli affetti da malattie croniche e rare, potrebbero scegliere i paesi all’avanguardia nella prescrizione di farmaci innovativi di cui, secondo la nuova direttiva, potrebbero usufruire in ambito ospedaliero e ambulatoriale. In entrambi i casi, l’Italia è un paese a rischio: perché il cittadino potrebbe subire anche a livello europeo le storture del nostro federalismo regionale e perché, in riferimento al mercato dei farmaci, sappiamo che nel nostro Paese trascorrono due anni in media dall’approvazione di un nuovo farmaco da parte dell’Ema alla sua effettiva disponibilità per i pazienti italiani”.

Nel corso dell’evento “Cure senza frontiere: da oggi si può?”, che si è svolto oggi, l’associazione ha chiesto un decreto legislativo che colga l’occasione rappresentata dalla Direttiva europea per ridurre in Italia le differenze regionale e che garantisca l’assistenza diretta ai cittadini, per evitare che il nuovo provvedimento europeo diventi un’opportunità solo per le persone benestanti. E ha chiesto il coinvolgimento formale di Cittadinanzattiva-TdM nell’implementazione della Direttiva. “La Direttiva – ha detto Aceti –  ha un impianto positivo, e può diventare uno strumento non solo per curarsi viaggiando, ma per pretendere che in ogni luogo di cura, in ogni Stato, Regione o Asl, ci sia la possibilità di avere uguali diritti all’accesso alle cure, all’informazione alla libera scelta, alla innovazione, alla qualità e sicurezza delle cure, al reclamo”.

Ma qual è la situazione delle cure transfrontaliere nel nostro paese? Secondo le segnalazioni giunte nel 2012 al Tribunale per i diritti del malato (269) oltre un terzo dei cittadini (36%) che si è rivolto all’estero per cure mediche ha lamentato la mancata o ritardata autorizzazione da parte dell’Asl di residenza; un altro 27% segnala eccessiva burocrazia o la carenza di informazioni sulle procedure da seguire; il 23% il rifiuto all’autorizzazione; il 13% problemi relativi al rimborso delle spese. I cittadini, in alcuni casi, hanno dovuto accedere a prestiti e finanziamenti per poter anticipare le spese di viaggio o far fronte al ritardo nel rimborso. Sempre dalle segnalazioni, emerge che il 35% dei cittadini va all’estero per effettuare interventi chirurgici di alta specializzazione e il 29% per accedere a terapie innovative.


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