Due anni fa, il Def (documento di economia e finanza) vedeva un debito pubblico in rapporto al Pil pari al 127,4%. Quest’anno, l’obiettivo è salito al 132,5%, mentre per il 2018 si stima un rapporto al 131 per cento. L’ottava edizione del Salone del Risparmio si è chiusa a Milano con una conferenza tutta dedicata alle strade da percorrere per favorire la crescita dell’Italia. A dipingere il quadro del Belpaese è stato Guido Tabellini, docente ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano, che ha messo in evidenza l’incompatibilità tra gli obiettivi ambiziosi del Def e le previsioni di crescita. Incompatibilità che ha contraddistinto non solo il Def di quest’anno, ma anche i precedenti. “Tra il 2015 e il 2017, gli obiettivi sul rapporto debito/Pil sono stati spostati in alto di 5 punti percentuali – ha sottolineato Tabellini – E probabilmente non basta. A fine anno potremmo attestarci su livelli più alti di quelli previsti dal Def, soprattutto considerando i 10 miliardi di euro che sono stati stanziati per ricapitalizzare le banche”.

risparmio 2Ma quali sono le ragioni di questo slittamento degli obiettivi? “In primis una crescita del reddito nominale sovrastimata – ha dichiarato Tabellini. A questo, aggiungiamo poi la sovrastima del gettito da privatizzazioni e il fatto che il disavanzo effettivo è stato maggiore di quello programmato. Solo la spesa per interessi è stata più bassa del previsto”. Il docente della Bocconi ha evidenziato, poi, come gli aggiustamenti degli obiettivi del Def, sebbene in linea con la Ue, siano stati fatti su previsioni di crescita non compatibili con la manovra: “Questo ha un effetto deleterio, perché impedisce una corretta pianificazione fiscale e diffonde un senso di insicurezza sulla situazione economica dell’Italia. Insicurezza non giustificata da dati di fatto”.

Il debito pubblico, in questo quadro, continua a essere una minaccia per il Paese. Facendo una proiezione al 2019, Tabellini ritiene che il debito pubblico tricolore continuerà a viaggiare intorno ai valori attuali, risentendo anche di un contesto internazionale che nel 2018 vedrà l’avvio del tapering (la riduzione graduale degli acquisti di titoli da parte della Bce) e quindi di conseguenza una risalita dei tassi di interesse: “Per mettersi in sicurezza bisognerebbe portare l’avanzo primario dall’attuale 1,5% al 3-4 per cento. Ma si tratta di un obiettivo economico difficile da realizzare”. E la presenza della minaccia debito pubblico è un peso anche sulle prospettive di crescita, perché rallenta e riduce gli investimenti. “Se è vero che è così difficile risanare il debito e mantenere la crescita elevata, allora è molto importante pensare bene a strumenti di politica fiscale con cui sostenere la crescita – aggiunge ancora Tabellini – Ci sono due aspetti importanti da prendere in considerazione. Il primo riguarda la composizione delle entrate fiscali; personalmente sono convinto che sia meglio risanare con tagli alla spesa piuttosto che con un aumento delle imposte, anche se è più difficile farlo. Secondo aspetto molto importante è quello del credito. Le banche italiane sono appesantite da una quantità elevata di crediti deteriorati. Per le banche, quindi, oggi è difficile sostenere la crescita con un livello di credito adeguato”. Non a caso, mentre nel periodo prima della crisi il credito delle banche al settore privato non finanziario cresceva a due cifre, l’anno scorso il credito delle banche a imprese non finanziarie è rimasto piatto. Ma è difficile immaginare un’accelerazione della crescita non sostenuta da un’espansione del credito. “E visto che le banche faranno fatica ad accompagnare l’espansione, bisogna trovare altre forme di finanziamento degli investimenti – conclude Tabellini – Ciò detto, sono convinto che la stabilizzazione del rapporto debito/Pil sia un obiettivo assoluto e mi auguro che la Ue non sia troppo generosa nei confronti dell’Italia quando chiede maggiore flessibilità. Non è nel nostro interesse”.

L’Italia, secondo il professore della Bocconi, fa ancora troppo affidamento all’intermediazione bancaria: “oggi disintermediare è diventato un obiettivo prioritario e in questo contesto i Pir (Piani individuali di risparmio) assumono un valore importante soprattutto per gli incentivi fiscali mirati che sono in grado di offrire”. A condividere il valore dei Pir e la loro capacità di offrire nuovo motore alla crescita dell’economia italiana i diversi ospiti del Salone del risparmio 2017: da Alberto Baban, presidente Piccola industria Confindustria, che ha sottolineato: “il vero incentivo che spinge gli italiani a investire nei Pir è l’idea di far crescere il Paese”. Gli fanno eco Carmine Di Noia, commissario Consob, Giordano Lombardo, chairman Pioneer Investments, e Antonello Piancastelli, direttore generale Fideuram, facendo appello all’industria di gestire in modo responsabile lo sviluppo dei Piani individuali di risparmio, capaci di avviare un circolo virtuoso non solo per il settore del risparmio gestito ma soprattutto per l’economia reale. Federico Fubini del Corriere della Sera, pone invece l’accento sugli aspetti demografici: “Nel 2016 l’Italia ha perso circa 400mila residenti. Un elemento che spiega l’assenza di crescita soprattutto se si pensa che per ognuno di questi vengono a mancare 16mila euro di consumi”.

 

di Marianna Castelluccio


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