equo compenso

Questo equo compenso non s’ha da fare. O meglio, non s’aveva da fare, se non fosse che il decreto Franceschini è passato, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, e ha di fatto aumentato le tariffe per l’equo compenso su copia privata: si arriverà a pagare 5,20 euro per uno smartphone, fino a 9 euro per una chiavetta Usb e fino a 20 euro per un hard disk. Il Movimento Difesa del Cittadino e Altroconsumo impugneranno il decreto al Tar. Il provvedimento fa discutere sin da quando si è iniziato a parlare della necessità di aggiornare le tariffe dell’equo compenso.
Da un lato c’è la Siae, dall’altro l’industria e le associazioni dei consumatori, per i quali – nonostante le rassicurazioni del Ministro – la tassa finirà per gravare proprio sulle tasche dei cittadini. E si parla di un gettito complessivo che va dai 150 ai 170 milioni di euro l’anno. A mettere intorno al tavolo tutte le sigle interessate dal provvedimento, da Confindustria Digitale a Anitec, da Asstel a Confcommercio, da Assoprovider alle Associazioni dei consumatori, è stato oggi il dibattito “L’equo compenso su copia privata. Una nuova tassa o un beneficio per la cultura?”, che si è svolto nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, organizzato dal Movimento 5 Stelle.
Un passo indietro. La legge sul diritto d’autore riconosce agli utenti la possibilità di fare copia privata delle opere acquistate legittimamente e a fronte di tale diritto prevede che gli autori debbano ricevere un “compenso per copia privata”, determinato con decreto del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e aggiornato ogni tre anni. Il compenso va girato alla Siae che a sua volta assegna i proventi agli associati. L’aggiornamento del decreto appena fatto dal Ministro Dario Franceschini di fatto ha aumentato le tariffe dell’equo compenso, nonostante una ricerca commissionata dal precedente ministro Massimo Bray avesse evidenziato che i consumatori che davvero fanno copie private di qualche opera usando, ad esempio, gli smartphone e i nuovi dispositivi tecnologici, siano in realtà molto pochi: appena il 13% di chi usa questi dispositivi. Il consumo infatti è cambiato e i modelli di consumo di film e musica si sono diversificati – basti pensare allo streaming o all’acquisto da piattaforme online, che già comprende la possibilità di fare un certo numero di copie dell’opera. C’è poi un vizio di fondo, evidenziato nel convegno dall’avvocato Guido Scorza (che da tempo segue questo tema): “Il decreto Franceschini entrò per la prima volta al Mibact su carta intestata della Siae perché era stata commissionata alla Siae una consulenza tecnica. Il problema dunque si chiama Mibact e Presidenza del Consiglio: il cortocircuito è che abbiamo l’organismo di vigilanza della Siae che chiede a quest’ultima di determinare le tariffe”.
Parole molto dure vengono così da Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale: “Come industria riteniamo il provvedimento ingiustificato, penalizzante, anacronistico e antistorico – ha detto Catania – Chiediamo la revisione immediata della legge sull’equo compenso”. Uno dei temi ribaditi da Confindustria Digitale è l’aumento “ingiustificato” delle tariffe, pari a due volte e mezzo il gettito rispetto al 2013. Si prevede infatti, ha detto Catania, un gettito che si aggira sui 160-170 milioni di euro, contro i 63 milioni del 2013. “Questo non riflette l’andamento delle tecnologie. Oggi il consumatore ricorre al download, allo streaming, alle app, o paga fin dall’inizio. Il gettito non riflette neanche le abitudini dei consumatori. L’uso della copia privata è residuale e riguarda il 13% di chi usa i dispositivi tecnologici. Nel 70% dei casi ci si appoggia a tecnologie più moderne, come lo streaming”. Per Catania, con il decreto passa il messaggio “di una politica industriale di sussidio all’industria della creatività a scapito di un’altra industria. Col decreto – ha aggiunto – arriveremo in Italia al 23% dell’equo compenso europeo”.
I soldi che verranno dall’equo compenso per copia privata verranno pagati dalla collettività, è il messaggio che viene fuori dall’incontro, e finiranno per ricadere sui cittadini. Tanto è vero che le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra e annunciano battaglia contro il decreto ministeriale e ricorsi al Tar. Sostiene Francesco Luongo, vicepresidente del Movimento Difesa del Cittadino: “L’obiettivo delle associazioni dei consumatori è cercare di fare il possibile per mettere i bastoni fra le ruote a questa mostruosità giuridica. Con la revisione del decreto si scaricano 150 milioni di euro sui consumatori”. Senza contare, afferma Luongo, le future possibili applicazioni della logica della “copia privata” sull’evoluzione della tecnologia, dall’orsacchiotto parlante dei bambini (solo una boutade?) a cosa succederà quando il frigorifero sarà connesso a Internet o “a quando ci siederemo al tavolo per applicare questo compenso al cloud. La base imponibile – ha detto Luongo – è infinita. Tutto questo lo scarichiamo sulle imprese e sui consumatori che per risparmiare si rivolgeranno al mercato nero. Questo è un danno enorme per i consumatori: come MDC, insieme ad Altroconsumo, impugneremo il decreto Franceschini al Tar”. Oltre alla necessità di trasparenza, e quindi di indicare il prezzo dell’equo compenso a parte, c’è poi un ulteriore aspetto problematico legato alla necessità che l’Italia trovi un appiglio per superare la crisi economica e uscirne. “Questo poteva essere rappresentato da Internet e dalle nuove tecnologie – ha detto Luongo – Invece ai consumatori arriva un conto di 150 milioni di euro, e allo stesso tempo andiamo contro le necessità di alfabetizzazione dei cittadini alle nuove tecnologie”. La battaglia, è il caso di dire, sembra allora appena iniziata.
 
di Sabrina Bergamini
@sabrybergamini


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