Eventi meteo estremi, CittàClima: oltre 800 in undici anni (Foto Pixabay)

Eventi meteo estremi, CittàClima: oltre 800 in undici anni

In Italia negli ultimi 11 anni si contano 811 eventi meteo estremi, 97 solo da gennaio a settembre 2025. I più frequenti sono allagamenti da piogge intense, trombe d’aria, esondazioni fluviali. Alla vigilia di Cop30, Legambiente presenta il nuovo report “Città Clima” incentrato sugli impatti della crisi climatica nelle città

Allagamenti da piogge intense, trombe d’aria, esondazioni: sono gli eventi meteo estremi che più hanno colpito l’Italia negli ultimi dieci anni e che hanno fatto grandi danni nelle aree urbane (e non solo). In Italia la crisi climatica corre ma le città fanno fatica a mettere in campo risposte efficaci. Fra l’altro, denuncia Legambiente, ci sono due priorità dimenticate nell’agenda politica: una legge sul consumo di suolo, il cui iter è ancora fermo, e l’attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici.

97 eventi meteo estremi quest’anno

In vista della Cop30, il vertice mondiale sul clima che si aprirà fra qualche giorno in Brasile, Legambiente presenta il nuovo report “Città Clima” incentrato sugli impatti che la crisi climatica sta avendo nei Comuni con oltre 50mila abitanti. Dal 2015 a settembre 2025 in Italia ci sono stati ben 811 eventi meteo estremi, di cui 97 nel 2025 (gennaio-settembre), registrati in 136 comuni sopra i 50mila abitanti. È un’area dove vivono 18,6 milioni di persone, ossia il 31,5% della popolazione. Eppure, solo il 39,7% di questi comuni ha messo in campo un piano o una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici. 

Il report “CittàClima. Speciale governance per l’adattamento al clima delle aree urbane” , diffuso anche in vista del Climate Pride, la mobilitazione nazionale per il clima del 15 novembre a Roma, si concentra sull’impatto della crisi climatica nei comuni con oltre 50 mila abitanti.

Negli undici anni considerati, gli eventi meteo estremi che più si sono abbattuti sulle città sono allagamenti da piogge intense (371 eventi), raffiche di vento e trombe d’aria (167) ed esondazioni fluviali (60).

L’impatto nelle città

Preoccupano anche i danni alle infrastrutture, ben 55 quelli causati perlopiù da forti piogge e temperature record con impatti soprattutto sulla rete dei trasporti, e poi i 33 danni da grandinate. Quasi la metà degli eventi meteo estremi (il 48%) si sono verificati nelle città fra 50 e 150 mila abitanti. Fra le più colpite ci sono Agrigento (28 eventi), Ancona (14), Fiumicino (11), Forlì (11) e Como (11).

Non se la passano bene neanche le altre aree urbane: su 811 eventi meteo estremi, il 28% si è registrato nelle grandi città (con oltre 500mila abitanti) e il 23% nei comuni tra 150mila e 500mila, tra quest’ultimi quello più colpito è Bari con 33 casi, seguito da Bologna (18), Firenze (14) e Catania (13).

Roma conquista una “doppia maglia nera” per un primato in negativo: è il comune con più eventi registrati dal 2015 a fine settembre 2025, ne conta ben 93, e tra le grandi città è la più colpita seguita da Milano con 40 eventi di cui 16 esondazioni, Genova (36), Palermo (32), Napoli (20) e Torino (13). Napoli è l’unica tra le “grandi sorelle”, a non aver adottato un piano o una strategia contro i cambiamenti climatici. Come lei, anche Bari, Reggio Calabria, Prato, Perugia, tra i comuni 150mila e 500mila abitanti, e poi Fiumicino, Como, Lamezia Terme, Massa, Potenza tra i comuni tra 50mila e 150mila abitanti.

Crisi climatica, le priorità

«La crisi climatica in atto e i pesanti impatti a livello ambientale, economico, sociale e sanitario – commenta Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – ci ricordano l’urgenza di azioni concrete. In Italia al momento l’unica urgenza sembra essere quella legata al Ponte sullo Stretto di Messina, dimenticando la sicurezza delle persone esposte agli effetti del cambiamento climatico. Oggi occorre, invece, investire in interventi che incrementino la capacità di resilienza delle città in termini di mitigazione e adattamento».

Dati nazionali e internazionali, da CittàClima al rapporto globale del Lancet Countdown on Health and Climate Change, evidenziano che bisogna agire con urgenza.

«Chiediamo al Governo Meloni come prima priorità – prosegue Zampetti – quella di inserire nella legge di Bilancio in lavorazione le risorse economiche necessarie per attuare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e che a livello internazionale l’Italia faccia la sua parte alla COP30 in Brasile per dare concretezza agli impegni presi sia con l’Accordo di Parigi sia nei precedenti summit. In particolare, auspichiamo che il nostro Paese sostenga l’adozione di un Piano d’azione che delinei il percorso dei prossimi anni per accelerare l’azione climatica globale in coerenza con l’obiettivo di 1.5° dell’Accordo di Parigi».

I “grandi dimenticati”

Due sono i “grandi dimenticati” nella gestione della crisi climatica. Per Legambiente l’Italia paga infatti i ritardi legati all’attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) e l’assenza di una legge sul consumo di suolo.

L’associazione ribadisce dunque all’Esecutivo “l’urgenza di stanziare le risorse per finanziare e dare piena attuazione al PNACC, che a distanza di due anni dalla sua approvazione, resta ancora un piano solo sulla carta insieme alle 361 misure da adottare su scala nazionale e regionale”. Ritardo inaccettabile, anche perché rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima. Così come “è urgente istituire con decreto l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, composto dai rappresentanti delle Regioni e degli Enti locali per l’individuazione delle priorità territoriali e settoriali e per il monitoraggio dell’efficacia delle azioni di adattamento”. Il decreto doveva essere emanato entro il 21 marzo 2024, a tre mesi dall’approvazione del PNACC, ma ad oggi non ha visto ancora la luce.

Nelle città servono misure di adattamento alla crisi climatica. Importante, aggiunge Legambiente, è che venga redatto un Piano specifico per l’adattamento delle aree urbane intrecciando il tema anche con quello dell’adattamento per le coste, come fatto in Spagna nel 2016.

L’altra grande priorità è l’approvazione di una legge nazionale sul consumo di suolo. L’iter legislativo è iniziato nel 2012 ed è fermo in Parlamento dal 2016. Nel frattempo, il consumo di suolo procede e l’Italia continua a perdere pezzi di territorio naturale. Secondo l’ultimo rapporto SNPA, il 2024 è stato un anno record per il consumo di suolo. Infrastrutture, edifici e altre coperture artificiali occupano 21.575 km², il 7,17% del territorio italiano, contro una media che si ferma al 4,4% in Europa.

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