Niscemi, la frana avanza. (Foto Dipartimento Protezione civile)

A Niscemi la frana avanza ancora. E sta venendo giù un pezzo intero di paese. Il fronte di distacco si estende per 4 chilometri ed è profondo fino a 25 metri. Le immagini della frana, con la riattivazione di un vecchio fronte a ridosso della parte sud del centro abitato, sono impressionanti. A oggi è stata individuata una zona rossa e sono state evacuate 1500 persone. In maggioranza hanno trovato un’autonoma sistemazione presso familiari, mentre circa 20 cittadini sono stati ospitati in un’area di accoglienza istituita nel Palazzetto dello Sport. Sospese le scuole.

L’Università di Firenze effettuerà nelle prossime ore i primi rilievi sul campo per monitorare il movimento del fronte franoso. Altre attività si stanno valutando per il monitoraggio della frana, anche attraverso l’Agenzia Spaziale Italiana. Il capo del Dipartimento della Protezione civile Fabio Ciciliano si è recato ieri a Niscemi per un sopralluogo.

Oltre il 90% dei comuni a rischio

La frana di Niscemi è una delle emergenze ambientali che chiama in causa fattori geologici, climatici e antropici. Ed evidenzia quanto sia fragile il territorio. Secondo l’Ispra, nel 2024  il 94,5% dei comuni italiani è a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe. E quasi 6 milioni di italiani vivono in aree a rischio frane. Di questi, 1,28 milioni risiedono nelle aree a maggiore pericolosità, pari al 2,2% della popolazione totale.

WWF: il Governo agisce solo in emergenza

“Il WWF Italia esprime forte preoccupazione per la vasta frana che da dieci giorni interessa il territorio di Niscemi, nella piana di Gela, e che sembra ormai inarrestabile, una drammatica riattivazione del dissesto del 1997”. L’associazione ambientalista chiama in causa anche le responsabilità del Governo che “adotta costosi provvedimenti emergenziali senza avviare politiche serie di prevenzione”.

“Il governo – denuncia il WWF – continua ad agire solo in emergenza, a negare la crisi climatica e a sprecare miliardi di euro dei contribuenti su progetti inutili, costosi e dannosi come il Ponte sullo Stretto di Messina”.

La crisi climatica è ormai la “nuova normalità”, come emerge dal ciclone Harry e dall’ennesima ondata di eventi meteo estremi.

L’associazione chiede dunque di attuare subito il Piano nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) “che da anni giace nei cassetti, e investire risorse pubbliche nella messa in sicurezza di centri urbani, strade e territori, invece di continuare a privilegiare opere inutili, costose e dannose come il Ponte sullo Stretto di Messina”. Tutto questo significa accelerare le azioni di adattamento climatico nelle aree più a rischio idrogeologico e intervenire sul suolo, fermando la sua artificializzazione continua, con una legge nazionale sul consumo di suolo. Il suo iter è fermo da anni.

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