Spreco alimentare, CIWF: la causa più grande è l’allevamento intensivo (Foto Pixabay)
Spreco alimentare, CIWF: la causa più grande è l’allevamento intensivo
Nella Giornata mondiale dell’alimentazione il CIWF diffonde uno studio che denuncia lo spreco alimentare generato nell’allevamento intensivo e legato all’uso di grano, soia e mangimi destinati alla zootecnia
C’è uno spreco alimentare nascosto, che si fa fatica a vedere, perché è insito nella produzione alimentare: lo spreco che si crea nell’allevamento intensivo, che chiede di destinare grano e soia agli animali allevati intensivamente. Per produrre cereali e mangimi per la zootecnia servono terreni molto più ampi di quelli usati negli allevamenti. Allo stesso tempo, c’è un’altra inefficienza che riguarda le inefficienze della produzione e della conversione fra proteine vegetali e animali.
Cibo, non mangime
“Gli animali convertono i cereali – grano, mais, orzo – in carne e latte in modo molto inefficiente. Gli studi dimostrano che per ogni 100 calorie di cereali adatti al consumo umano somministrati agli animali, solo 3-25 calorie ritornano nella catena alimentare umana sotto forma di carne. E per ogni 100 grammi di proteine contenuti nei cereali adatti al consumo umano somministrati agli animali, solo 5-40 grammi di proteine arrivano nella catena alimentare umana sotto forma di carne”.
È quanto spiega un dossier diffuso oggi da Compassion in World Farming (CIWF) secondo il quale, in sintesi, la più grande causa di spreco alimentare è l’allevamento intensivo. E se le colture agricole non venissero usate per avere cereali e mangime per la zootecnia, si avrebbe cibo per due miliardi di persone l’anno e si recupererebbero terreni agricoli grandi quasi quanto il Messico per coltivare alimenti adatti al consumo umano.
Il dossier si chiama Cibo, non mangime: come mettere fine al più grande spreco alimentare (Food not Feed: How to stop the world’s biggest form of food waste) e viene pubblicato oggi in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione.
Lo spreco alimentare e la zootecnia
Lo studio propone di ampliare il concetto di spreco alimentare e di ricomprendervi anche gli sprechi derivanti dall’utilizzo di colture adatte al consumo umano e usate come mangime per gli animali negli allevamenti. Emergerebbe che in molti paesi l’allevamento intensivo spreca molto più cibo di quanto ne venga sprecato nel senso convenzionale del termine.
Si tratta di uno spreco che riguarda l’inefficienza del processo di conversione da proteine vegetali a proteine animali: servono molte calorie di proteine vegetali per ottenere una sola caloria o grammo di proteine sotto forma di carne, uova o latte.
“Ad esempio, – spiega il dossier – ogni anno nell’Unione europea 124 milioni di tonnellate di cereali vengono sprecati a causa della conversione inefficiente nella produzione di carne, latte e uova, a fronte di 59 milioni di tonnellate di cibo buttati via in senso convenzionale. Il divario è ancora più ampio negli Stati Uniti: 160 milioni di tonnellate di cereali sprecati per l’inefficienza dovuta alla produzione di mangime, contro 66 milioni di tonnellate di spreco tradizionale”.
A livello globale, prosegue lo studio, “ogni anno vengono sprecati 766 milioni di tonnellate di cereali per l’alimentazione di suini, polli da carne, galline ovaiole, bovini da carne e vacche da latte. Si tratta di una quantità molto superiore a qualsiasi altra forma di spreco alimentare”.
È una quantità superiore a quella sprecata a livello di famiglie (631 milioni di tonnellate), dalla ristorazione (290 milioni di tonnellate) o dalla vendita al dettaglio (131 milioni di tonnellate) – dati Unep.
Questo approccio calcola inoltre che, “se si smettesse di utilizzare i cereali per nutrire gli animali allevati in modo intensivo, quasi 15 milioni di ettari di terreni arabili potrebbero essere destinati alla coltivazione di alimenti per la popolazione dell’Unione europea, mentre negli Stati Uniti si potrebbero liberare oltre 7 milioni di ettari di terreno”.
Priorità al cibo per nutrire le persone
Le alternative da usare per la zootecnia? Sistemi di allevamento rigenerativi, in cui gli animali vengono nutriti con prodotti non adatti al consumo umano – come foraggi, sottoprodotti e scarti alimentari inevitabili propriamente trattati.
Ci sarebbe una minore produzione di latte e carne. Dunque un minore consumo.
“Abbandonare la zootecnia industriale, che dipende dall’alimentazione degli animali con cereali e soia, porterebbe a una riduzione di circa il 50% della produzione e del consumo globali di alimenti di origine animale – spiega lo studio – La riduzione del consumo di prodotti di origine animale deve avvenire principalmente nei paesi ad alto e medio reddito. Sebbene una tale riduzione possa sembrare allarmante per alcune persone, una diminuzione globale del consumo di alimenti di origine animale è essenziale se vogliamo raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) dell’ONU e al contempo nutrirci nel rispetto dei limiti planetari”.
Nel documento emerge anche un altro dato: “Se la produzione alimentare continuerà secondo le modalità attuali, entro il 2040 sarà necessario il doppio dei cereali oggi utilizzati per nutrire gli animali allevati intensivamente”. Già oggi la richiesta di cereali da parte dell’agricoltura intensiva ha favorito le monocolture, mentre i terreni vengono disboscati e molti ecosistemi sono colpiti da deforestazione. La parola d’ordine è dunque quella di dare priorità al cibo per nutrire le persone, invece che al mangime per gli allevamenti intensivi.

