TopNews. Ecco perché il supermercato mette in crisi la famiglia

Il supermercato mette in crisi la famiglia tradizionale. Quando si parla di supermercati aperti e chiusi, di liberalizzazioni provvidenziali o selvagge, di serrande sollevate o abbassate nelle sacre domeniche dedicate al riposo e alla preghiera, quello di cui si sta parlando non riguarda in realtà le condizioni lavorative di chi opera nella grande distribuzione.

Non riguarda il lavoro di cassieri e commessi, l’entità dello stipendio e la libertà di lavorare o meno in un giorno festivo. Si sta parlando di qualcosa di più alto, che richiama i sacri principi ideali di una classe politica imperfetta ma volta alla perfezione morale dell’altrui esistenza: la tenuta della famiglia. O meglio, la crisi della famiglia. Perché la famiglia – anzi, la Famiglia – è sempre al centro dell’attenzione dell’agire politico. Quella stessa famiglia che non ha accesso ai servizi per l’infanzia, che trova le scuole aperte fino a giugno e poi chissà, che deve sperare nella vita eterna dei nonni per seguire i bambini e per mettere insieme il pranzo con la cena, dove le mamme sono sempre acrobate fra casa e lavoro e i papà idem, ecco: quella sacra famiglia è il vero nocciolo della questione se aprire o meno i supermercati di domenica.

La sorte della famiglia è indissolubilmente legata al futuro del supermercato, quel non luogo del consumo e del tempo libero nel quale l’individuo dissennato esercita il suo diritto al consumo e al consumismo e perde la sua identità, che ben potrebbe ritrovare se solo si fermasse a contemplare il mare. Beninteso: contemplare il mare è meglio di andare al supermercato. Ma poiché non tutti riescono a fare la spesa nei negozi di vicinato o dal contadino a km zero, poiché se vivi in città per fare la spesa in campagna devi prendere l’automobile, dunque inquini e attenti all’ambiente, fare la spesa al supermercato per i più è una necessità. Il supermercato però è un’entità che sta mettendo a rischio la salute della famiglia. A questo punto, è utile analizzare le varie opzioni in campo.

La famiglia italiana si sta distruggendo perché il supermercato è sempre aperto. Troppe aperture stanno mettendo a rischio la tenuta della famiglia tradizionale, che di domenica invece di dedicarsi al riposo, alla preghiera, alla meditazione, alla gita fuori porta o allo svacco sul divano, preferisce agghindarsi per la festa e fare lo struscio al centro commerciale, alienandosi nella visione delle vetrine sempre addobbate, sacrificando il dialogo fra coniugi al portafoglio e l’educazioni dei bambini al giro turistico fra televisioni a schermo piatto, ultimi smartphone usciti sul mercato e novità tecnologiche di qualsiasi tipo. Quanto sarebbe meglio ritrovarsi in riva al mare a giocare a palla.

Il secondo fronte è quello di chi ritiene che la famiglia italiana si distruggerà in caso di chiusura del supermercato. Quella stessa famiglia che riesce a rimanere precariamente unita trovando sollievo nella scelta di un caffè in cialda o nell’acquisto dell’ultimo gadget tecnologico di sicuro si sfalderà se sarà costretta a giocare a palla in riva al mare o a fare una passeggiata in montagna. Marito e moglie hanno lavori diversi e separati, i bambini preferiscono stare dai nonni o davanti al tablet, nessuno è più abituato a scambiare se non poche parole. Come fare a tenere unita la piccola comunità se viene meno il collante del consumo? Quanto sarebbe meglio ritrovarsi davanti al banco degli affettati.

C’è poi la terza opzione che chiama direttamente in causa la secolarizzazione della società. La famiglia italiana si sta distruggendo perché nel supermercato non c’è la chiesa. Sotto l’insegna della grande distribuzione non c’è l’angolo per la preghiera, quello che permetterebbe a tutti di recuperare le radici cattoliche e di non sacrificare la fede sull’altare della spesa che non si riesce a fare durante la settimana. Un buon fedele non fa la spesa di domenica. Ma per la pecorella smarrita è sempre tempo di ravvedersi. Prevedere la presenza della chiesa al supermercato permetterebbe di recuperare qualche fedele, qualche cattolico poco praticante. Di più: la previsione dell’angolo dedicato alla fede andrebbe estesa anche alle altre religioni, perché in barba a tutti siamo una società multietnica e multireligiosa. Tutto dunque si risolverebbe se nella grande distribuzione organizzata ci fosse anche l’angolo Bibbia e quello Corano, il tempio indù e quello buddista, che va bene non è una religione ma fa tanto figo. Per chi invece è ateo, qualcosa ci si inventerà. Del resto è arrivato anche Starbucks, magari chi non crede potrà dedicarsi alle gioie del caffè.

La quarta opzione che la classe politica, unita a quelle ecclesiastica, dovrebbe vagliare riguarda il fatto che la famiglia si sta distruggendo perché in chiesa non c’è il supermercato. È nota la secolarizzazione del paese e il fatto che sempre meno fedeli frequentino chiese e oratori. Perché non incentivarli con un bel richiamo al primo credo delle persone moderne, il consumo? Non servirebbero grandi spazi. Basterebbe un banchetto con pani e pesci, un po’ di sapone di marsiglia e lavanda, una edicola con libri di testo dall’origine garantita e uno spazio dedicato alla tecnologia che aiuti a coltivare la fede in modo moderno, con tutti i siti ecclesiastici del mondo e i profili social dei religiosi più accattivanti. Un piccolo supermercato sui generis nel quale la famiglia potrebbe saziare la voglia di consumo prima di confessarsi e dopo essersi scambiato il segno di pace coi vicini di casa molesti. Del resto, la domenica è una sola (non una sòla).

 

@sabrybergamini

 

Prima pubblicazione 11/09/2018 ore 17.02

 

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