Manipolazione e fake news, Buttarelli (privacy Ue): a rischio processo democratico

Manipolazione online, disinformazione e profilazione degli utenti a scopi elettorali. A poche settimane dalle elezioni europee c’è una preoccupazione sempre maggiore verso processi che finiscono per alterare il processo democratico, la formazione dell’opinione pubblica, le stesse regole del gioco. Tanto più quando le dinamiche sono ignote e una disinformazione orientata e targettizzata finisce per colpire chirurgicamente chi è più ricettivo a un certo messaggio, perché dubbioso, incerto, sensibile. Il caso Cambridge Analytica ha rappresentato solo “il picco di un iceberg”, aveva detto il Garante europeo per la protezione dei dati personali Giovanni Buttarelli già l’anno scorso. E oggi a Roma è tornato sulla questione. Non solo su Cambridge Analytica e su Facebook ma sui problemi più generali posti da fake news, manipolazione e disinformazione online e sull’impatto di tutto questo in vista del prossimo voto per il Parlamento europeo.

La normativa europea nel frattempo fa passi avanti. Un recente regolamento, entrato in vigore a marzo di quest’anno, permetterà di applicare sanzioni a partiti e movimenti politici e di escluderli da rimborsi se violano la disciplina dei dati personali. Spiega Buttarelli che le prossime elezioni saranno “una delle più importanti competizioni elettorali che la storia europea ricordi”, fra l’altro in un contesto in cui, oltre all’elezione del Parlamento europeo, quest’anno ci saranno diverse elezioni nazionali, senza contare il grande caso della Brexit. Da qui l’interesse del Garante europeo, e non solo, verso la “regolarità del processo democratico” che certo assume una dimensione diversa rispetto al passato, quello delle Tribune elettorali, proprio per il modo in cui vengono raccolte e usate le informazioni.

“Cambridge Analytica – ha detto Buttarelli in una conferenza stampa organizzata alla Rappresentanza del Parlamento europeo in Italia, a Roma – ci ha dimostrato che sono cambiate le forme di profilazione delle persone in ambito commerciale”, con una “influenza indebita sulla libera determinazione delle persone e sulla libertà di non rivelare il proprio pensiero o rivelarlo come si vuole”.

“Nessuno si aspetta – prosegue il Garante europeo – che le nostre parole, i nostri video, le nostre foto su WhatsApp siano oggetto di scrutinio da parte di algoritmi non meglio trasparenti che ci classificano in un modo che può essere diverso dal nostro modo di essere”. E dunque, “se siamo profilati online in relazione ai nostri messaggi e contatti, credo che il cittadino abbia tutto il diritto di conoscere come siamo profilati”. Quello che preoccupa è l’uso dei dati personali per fini elettorali e propagandistici, senza il consenso degli interessati, in una dimensione in cui la combinazione di tutto questo con la manipolazione online dell’informazione finisce per alterare le regole del gioco. Come, lo ha rivelato proprio il caso di Cambridge Analytica, di cui “si è compreso l’impatto – ha spiegato Buttarelli – solo da marzo dello scorso anno, quando si è capito come organizzazioni minuscole possono influenzare la Brexit e le elezioni americane acquisendo i dati profilati di oltre 80 milioni di persone attraverso un giochino con un test di personalità” fatto, fra l’altro, solo da qualche migliaio di persone.

L’Europa si sta muovendo. Un recentissimo regolamento adottato il 25 marzo di quest’anno prevede in caso di violazione della disciplina sui dati personali “una sanzione fino al 5% del bilancio annuale”, spiega il Garante europeo, per “le forze che si iscrivono nel novero delle formazioni politiche che aspirano a far parte del Parlamento europeo. Il procedimento può portare a sanzioni e all’esclusione della forza politica dai rimborsi elettorali o da fondi che possa usare una volta eletta nel Parlamento europeo”.

L’impatto della profilazione a fini propagandistici per molti aspetti incontra un generale ritardo culturale delle istituzioni e delle stesse forze politiche. Ritardo da collegare alla stessa comprensione del modello di business portato avanti dai big della Silicon Valley. “Il ritardo – ha detto Buttarelli – è nella presa d’atto che il modello predominante di business porta ad alterare le regole del gioco e ad alterare la regolarità del processo democratico. Lasciare spazio a questo modello di business può portare a un processo difficilmente reversibile”. Anche il Garante ha le sue iniziative: fra queste un manifesto per la protezione dei dati personali nel mondo che verrà pubblicato a urne chiuse.

Se per Buttarelli non serve creare altre norme sulla privacy, “sull’intero pianeta c’è un ritardo nel considerare gli effetti di questi nuovi sistemi di formazione del convincimento”.

Si parla, fra l’altro, di fenomeni diversi. Ci sono gli articoli redatti da un computer che costruisce una notizia orientata e ci sono le fake news legate al targeting del pubblico, alla ricettività di determinati messaggi presso determinate persone, all’indirizzamento della notizia che con una speculazione algoritmica va a colpire chi è più ricettivo su un tema, più dubbioso o sensibile.

Il recente dato diffuso dall’Osservatorio sulla disinformazione online dell’Agcom viene considerato “attendibile sia pure con un cluster limitato” dal Garante europeo. E l’atteggiamento di Mark Zuckerberg, fondatore e presidente di Facebook, che ha detto di essere favorevole a un GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dati entrato in vigore nel 2018, su scala globale? “Non mi sembra ci sia la necessità di avere regole mondiali – ha detto il Garante – Il GDPR è stato emulato da 134 paesi nel mondo”. Ci vorrebbe troppo tempo, regole che per essere condivise su amplissima scala dovrebbero essere molto generali. Intanto passerebbero anni. Nel frattempo Facebook è una sorta di “cliente di fiducia”, o se si vuole un “sorvegliato speciale”, per le autorità di protezione dati.

 

@sabrybergamini

Comments are closed.