Negli ultimi 2 anni i c’è stato un vero tracollo della spesa per beni durevoli e semidurevoli, quindi anche su abbigliamento e calzature: da prima della crisi ad oggi ciascun italiano ha ridotto la propria spesa in abbigliamento e calzature di circa 150 euro. Di conseguenza, si è registrato una notevole chiusura di imprese del comparto tessile. Sono alcuni dei dati presentati oggi nel corso dell’assemblea annuale della Fismo-Confesercenti.
Nel 2007 si spendevano circa 1000 euro pro-capite, nel 2013 se ne sono spesi 850 per lo più per prodotti in saldo o in promozione. Infatti, nel 2012 per la prima volta, la quota di prodotti venduti in saldo o in promozione ha superato il 50% del fatturato e tra i canali distributivi perdono più terreno i piccoli esercizi (-10,3% nel 2012), poi la grande distribuzione de-specializzata (-9,9%) e crescono solo outlet (14,2%) ed e-commerce.
“Dobbiamo fronteggiare non soltanto gli effetti della crisi economica – ha spiegato Roberto Manzoni, presidente della Fismo – ma anche il cambiamento nelle abitudini degli italiani in fatto di consumi che la nuova, difficile, situazione ha determinato. L’abbigliamento non è più tra le priorità d’acquisto e tra gli status symbol come alcuni anni fa ed anche il modo di acquistare è profondamente cambiato con l’affermarsi dell’e-commerce ed il proliferare di siti specializzati. Dobbiamo quindi fare un salto di qualità – ha aggiunto Manzoni – la grande scommessa oggi è una formazione che ci consenta di stare sul mercato in modo più efficace e moderno”.
Le vendite online hanno il vento in poppa e  registrano un segno positivo: +31% rispetto al 2011, con un fatturato di oltre un miliardo. Si stima che la crescita del commercio elettronico italiano per il 2013 (+17% valore di poco inferiore a quello dello scorso anno) sarà trainata proprio dall’andamento positivo di Abbigliamento e Informatica che pesano per oltre il 40% sul totale.
I consumatori non si sono solo spostati verso il commercio on line ma si registra anche un ritorno agli acquisti nei mercati. Le famiglie che acquistano capi di abbigliamento e calzature al mercato passano dall’11,1% del 2011 al 13,6. Al Sud e al Nord le percentuali sono più alte che al Centro.
“Siamo di fronte ad una situazione difficile – ha concluso Manzoni – che richiede maggiore attenzione ed impegno. Bisogna convincere la politica prima di tutto a realizzare regole certe per garantire la trasparenza e la correttezza del mercato”.


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