Iva azzerata su pane e latte, e non solo: le ipotesi del Governo, le critiche dei consumatori (foto pixabay)
Iva azzerata su pane e latte, e non solo: le ipotesi del Governo, le critiche dei consumatori
Iva azzerata su pane, pasta e latte? Per l’UNC il risparmio sarebbe di una ventina di euro l’anno a famiglia. Tassa sulle consegne a domicilio, la bocciatura di Assoutenti e Netcomm
L’ipotesi di un’Iva azzerata su pane, latte e pasta risolve ben poco. Anzi per le associazioni dei consumatori è un bluff che farebbe risparmiare a dir tanto una ventina di euro l’anno a famiglia. A fronte di un carrello della spesa volato a più 12,6% e a un’inflazione dell’11,8% (13,5% sui soli prodotti alimentari) l’ipotesi di tagliare l’Iva su pane e latte non è certo un provvedimento che salva i bilanci delle famiglie. Cosa è accaduto? Nei giorni scorsi le cronache politiche hanno raccontato che fra le ipotesi al vaglio del Governo in vista della manovra di bilancio 2023 (il CdM è in agenda per questa sera) si è parlato anche di portare a zero l’Iva su beni alimentari quali latte, pane e pasta. Si tratta di un’ipotesi che è stata presa in esame, insomma, e niente è stato deciso. Ma dalle associazioni dei consumatori la reazione è decisamente fredda.
UNC: “presa in giro dei consumatori”
«Il taglio dell’Iva su pane, pasta e latte è una presa in giro dei consumatori – ha detto davanti all’ipotesi Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – L’azzeramento dell’Iva su questi prodotti, considerato che secondo i dati aggiornati dell’Istat la spesa annua per una famiglia media è pari a 261,72 euro per il pane, 142,08 per il latte, tra fresco e conservato, 140,40 per la pasta (pasta secca, fresca, con anche inglobati i preparati di pasta come i ravioli e i tortellini), il finto risparmio teorico sarebbe pari ad appena 10 euro e 7 cent per il pane, 5 euro e 40 cent per la pasta, 6 euro e 9 cent per il latte, per un totale di 21 euro e 56 cent in un anno».
Non è neanche scontato il beneficio diretto ai consumatori. La cifra “irrisoria”, prosegue Dona, «andrebbe nelle tasche dei consumatori solo nella fantasiosa ipotesi che i commercianti trasferissero matematicamente il taglio dell’Iva sul prezzo finale e non lo incassassero invece loro. Insomma, nella realtà sarebbe solo una mancetta a beneficio dei panettieri, visto che mai più ridurrebbero il prezzo per un ritocco matematico di appena lo 3,846%».
Per l’UNC anche azzerare l’Iva su tutti i prodotti alimentari e le bevande analcoliche porterebbe una minore spesa teorica che oscilla intorno a 90 euro a famiglia, poco meno di 150 euro per una coppia con tre figli. Meglio sarebbe per l’UNC il taglio dell’Iva su luce e gas e il rinnovo del bonus di 200 euro fatto dal precedente Governo Draghi. Senza contare un’altra questione: «il taglio dell’Iva riguarderebbe tutti, anche chi può fare a meno di questo aiuto, disperdendo così risorse preziose e scarse», conclude Dona.

Assoutenti: bluff Iva e tassa sulle consegne a domicilio “dannosa”
L’azzeramento dell’Iva su pane e latte è considerato «un bluff del Governo, un provvedimento spot che non produrrà reali vantaggi economici per le famiglie, mentre la tassa sulle consegne a domicilio sarà senza dubbio scaricata sui consumatori attraverso un rialzo dei costi del servizio», dice a sua volta il presidente di Assoutenti, Furio Truzzi.
Per quanto riguarda l’ipotesi, anch’essa allo studio, di una tassa sulle consegne a domicilio, Assoutenti la considera dannosa: «siamo totalmente favorevoli a misure di sostegno per i piccoli negozi schiacciati dai giganti dell’e-commerce, ma il rischio concreto è che una simile tassa sia interamente scaricata sui consumatori finali attraverso un incremento dei prezzi dei generi consegnati o dei costi del servizio».
Anche in questo caso, se ne è parlato nei giorni scorsi come “Amazon Tax”. Non si tratterebbe però di una tassazione sui profitti della piattaforma ma invece di una tassa sulle consegne a domicilio fatte con mezzi non ecologici che dovrebbe favorire il commercio di prossimità. Sarebbe dunque a carico delle società di distribuzione che usano mezzi inquinanti per consegnare a casa i prodotti acquistati – in logica green.
Critiche sono arrivate a stretto giro da Netcomm, consorzio del commercio digitale italiano. Ha detto il presidente Netcomm Roberto Liscia: «La presunta ‘Amazon Tax’ sulla rete distributiva dell’eCommerce proposta dal Governo all’interno della nuova legge di Bilancio non tiene conto del reale impatto economico e ambientale di questo settore sull’intera economia del nostro Paese. Porre un freno a un settore strategico come quello del digitale, che già sta subendo un rallentamento a causa dell’inflazione e dell’aumento dei costi tecnologici e di gestione dell’intera rete, significherebbe minare la competitività dell’Italia sul piano internazionale. E a farne le spese sono in primis le piccole e medie imprese, che hanno trovato nel digitale, in questi ultimi anni, una risorsa strategica per lo sviluppo del loro export, raggiungendo consumatori in tutto il mondo grazie all’eCommerce».
Secondo una ricerca condotta da The European House – Ambrosetti per Netcomm, la rete del valore dell’eCommerce e del digital retail in Italia genera ricavi per circa 58,6 miliardi di euro e ha un impatto del 19,2% sulla crescita di fatturato del totale delle attività economiche italiane.
Secondo altri studi, l’impatto ambientale è inferiore al retail fisico non alimentare. «L’eCommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico generato dallo shopping nei negozi e le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane. Inoltre, secondo il rapporto di Oliver Wyman risulta che l’eCommerce genera da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra – dice Liscia – Stiamo parlando di una rete che, solo nel 2019, contava 678 mila imprese e oltre 290 mila lavoratori. Oltretutto, in un mondo sempre più multicanale, i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative anche sui costi della loro attività, oltre che sui prezzi destinati ai consumatori stessi».

