C’è poco tempo per contrastare il cambiamento climatico. Che colpisce ovunque, con alluvioni e siccità, con desertificazioni e bombe d’acqua, con crolli di produzione alimentare e suoli impoveriti. Per fermare il cambiamento climatico si può e si deve partire dal cibo. Dice Slow Food: “Dal campo alla tavola, la produzione di cibo è responsabile di un quinto delle emissioni totali di gas serra. Ma ne è anche la prima vittima”. Vittima perché siccità, alluvioni, desertificazioni e innalzameno degli oceani mettono in pericolo la sicurezza alimentare di tutto il pianeta.

Con questo messaggio Slow Food lancia dalla Cina, dove è in corso da oggi il Congresso dell’associazione, Menu for change, una campagna internazionale di comunicazione e raccolta fondi che lega il cambiamento climatico alla produzione e al consumo di cibo. Cambiare sistema alimentare per bloccare il cambiamento climatico, è il messaggio della campagna.

Meglio cambiare cibo, insomma: scegliere quello locale, fresco, di stagione, privo di chimica, rispettoso dell’ambiente e della biodiversità.”Per Slow Food è un dovere occuparsi di cambiamento climatico: non esiste qualità del cibo, non esiste bontà, senza rispetto dell’ambiente, delle risorse e del lavoro – dice il presidente di Slow Food Carlo Petrini – Non va dimenticato che la produzione di cibo e la sua distribuzione incidono per un quinto sul riscaldamento del pianeta”.

In tutto il mondo, dunque, Slow Food lancia la sua campagna, perché “a partire dal cibo ognuno di noi può e deve fare la differenza”. L’iniziativa collega cibo e cambiamento climatico a partire dalla considerazione che il sistema di produzione alimentare industriale è fra le prime cause del riscaldamento del pianeta, per la produzione di gas serra, mentre le prime vittime sono l’agricoltura familiare, le economie pastorali e la pesca artigianale.

“Non abbiamo più tempo – denuncia Slow Food –  Harvey, Irma, la siccità, il fenomeno migratorio, le bombe d’acqua che ci sorprendono nel sonno, le vendemmie anticipate, il crollo delle produzioni, la mancanza di erba fresca o il rientro anticipato dagli alpeggi, l’acidificazione e l’innalzamento dei mari, la presenza di animali prima inesistenti a determinate latitudini, la desertificazione e il progressivo impoverimento dei suoli sono il volto del cambiamento climatico. Non sono eventi record da registrare negli annali, sono la normalità che ci aspetta. E le cause sono da rintracciare nell’attività antropica e soprattutto nelle emissioni di gas-serra”.

Il settore agricolo è responsabile di una percentuale che va dal 21 al 24% di emissioni di gas serra (Fao 2015) e al suo interno la principale fonte di emissioni è rappresentato dall’allevamento zootecnico intensivo che da solo produce il 40% dei gas serra del settore. In alcune aree del mondo l’impatto è devastante. “Nonostante siano tra i minori produttori di gas serra, l’Africa e i paesi più deboli sono i primi a scontare le conseguenze del riscaldamento globale. E i primi a pagarne le conseguenze sono contadini, pastori e comunità indigene costretti quindi a migrare. Con la promozione dell’agroecologia, la tutela della biodiversità, stando a fianco dei produttori sul campo, Slow Food in Africa e in tutto il mondo contribuisce a sviluppare pratiche di mitigazione e adattamento. Molto deve essere fatto e Slow Food non può vincere da sola”, dice John Kariuki, vicepresidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Gli effetti del cambiamento climatico si fanno sentire ovunque, Europa compresa, quest’anno alle prese con un’alternanza pesante fra siccità e alluvioni. Si può agire – questo il messaggio di Slow Food – a partire dal cibo. Compresa la lotta allo spreco di cibo, che significa anche spreco di acqua e di risorse. “Ridurre le emissioni non può più essere una possibilità da rimandare, è un obbligo. E ognuno deve intervenire: eliminiamo del tutto gli sprechi, soprattutto alimentari – dice Carlo Petrini – Ogni europeo spreca 179 kg di cibo ogni anno. Pensate che il cibo buttato consuma una quantità d’acqua pari al flusso del fiume Volga e utilizza inutilmente 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30% della superficie agricola mondiale. Tradotto in emissioni? Lo spreco alimentare è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas-serra (ndr, Fao 2015). Cerchiamo di prediligere prodotti di prossimità, di mangiare poca carne ed evitare quella che arriva da allevamenti intensivi. E poi poniamoci poche e semplici domande: come è stato prodotto il cibo che condivido con la mia famiglia? Da dove arriva? Di quanta energia e di quanta acqua ha avuto bisogno? Slow Food lavora per divulgare questa conoscenza e per valorizzare e sostenere quelle produzioni che scelgono pratiche agricole e produttive resilienti ed ecologiche, le uniche che possono contribuire alla mitigazione e all’adattamento al cambiamento climatico”. 

 

Notizia pubblicata il 29/09/2017 ore 17.18

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