mondo a fuoco

La Cop26 si è chiusa. Le critiche al patto sul clima di Glasgow

«La Cop26 è finita. Ecco una breve sintesi: bla bla bla. Ma il vero lavoro continua fuori da queste sale. E non ci arrenderemo mai, mai». Questo il commento via twitter con cui l’attivista Greta Thunberg definisce la conclusione del vertice Onu sui cambiamenti climatici, che si è concluso dopo due settimane di negoziato col il cosiddetto Patto sul clima di Glasgow.

Quello che è certo, oltre le promesse e le parole, è che è dalla Cop26 ci si aspettava di più. Si parla dell’eliminazione graduale del carbone e questo è stato visto come un passo avanti, perché è la prima volta in cui un accordo indica un piano per ridurre l’uso del carbone. Allo stesso tempo, gli impegni presi sono stati ridimensionati perché la promessa è stata quella di una riduzione graduale (phase down) dell’uso del carbone e non della sua eliminazione (phase out).

La Cop26 si è dunque chiusa con quasi 200 paesi che hanno concordato il  Glasgow Climate Pact per mantenere in vita l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C, come definito dall’accordo di Parigi.

«Il patto sul clima di Glasgow, combinato con una maggiore ambizione e azione da parte dei paesi, significa che 1,5°C rimane in vista, ma sarà realizzato solo con sforzi globali concertati e immediati».

Al dunque si rimandano ancora molte decisione alla prossima Conferenza Onu, che si svolgerà il prossimo anno in Egitto.

 

 

Legambiente: il patto di Glasgow è inadeguato a fronteggiare l’emergenza climatica

In Italia, fra le note critiche, si segnala la reazione di Legambiente.

«L’Accordo di Glasgow è inadeguato a fronteggiare l’emergenza climatica soprattutto per le comunità più vulnerabili dei paesi poveri, ma si mantiene ancora vivo l’obiettivo di 1.5°C».

Così Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente commenta l’intesa firmata a Glasgow, che per l’associazione ambientalista non è delle migliori.

«Tra i punti dolenti – continua Ciafani – c’è la questione cruciale dell’abbandono dei combustibili fossili affrontata in maniera inadeguata, anche se la loro strada è ormai segnata. E il fatto che non sia stato fatto nessun passo in avanti sulla creazione del fondo Loss and Damage Facility per aiutare i paesi poveri a fronteggiare la crisi climatica, e sui cui a Glasgow è mancato un forte impegno da parte dell’Europa. Per fronteggiare la crisi climatica e per centrare l’obiettivo di 1.5°C è fondamentale che tutti i paesi più avanzati, a partire dall’Italia, aumentino al più presto i propri impegni di riduzione delle emissioni climalteranti e garantiscano un adeguato sostegno finanziario all’azione climatica dei paesi più poveri».

I nodi irrisolti dell’accordo di Glasgow

L’accordo di Glasgow, spiega Legambiente, ha rinviato al prossimo anno l’adozione della roadmap per ridurre le emissioni climalteranti al 2030 in linea con la soglia critica di 1.5°C. Sarà la COP27, che si tiene il prossimo anno in Egitto, a dover adottare la roadmap per dimezzare le attuali emissioni al 2030 attraverso la revisione annuale degli impegni di riduzione a partire dal 2022.

«Se si vuole per davvero fronteggiare l’emergenza climatica – spiega Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente – va avviato al più presto il phase-out di tutti i combustibili fossili e dei loro incentivi. L’Europa deve fare da apripista cogliendo l’occasione della discussione in corso sul nuovo Pacchetto Clima ed Energia. Un pacchetto legislativo non più “Fit For 55”, ma” Fit For 1.5”. Ossia in grado di consentire una riduzione delle emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, accelerando il phase-out di carbone, gas e petrolio e di tutti i sussidi ai combustibili fossili».

L’Accordo di Glasgow conferma l’impegno dei paesi più ricchi a garantire un aiuto finanziario, per la mitigazione e l’adattamento, di 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo 2020-2025. Nessun passo in avanti, rileva invece Legambiente, è stato fatto sulla creazione del Loss and Damage Facility. Si tratta del fondo per aiutare le comunità vulnerabili dei paesi più poveri a far fronte ai danni e alle perdite dovuti ai disastri climatici, in modo da consentire una rapida ricostruzione e ripresa economica dei territori colpiti, evitando così anche il preoccupante aumento dei profughi climatici.

 

 

crisi climatica e bambini
Crisi climatica, crisi dei diritti dei bambini. Foto @savethechildren

 

Amnesty International: tradimento catastrofico nei confronti dell’umanità

Dopo due settimane di negoziati la conferenza sul clima Cop26 si è risolta per Amnesty International in «un tradimento catastrofico nei confronti dell’umanità».

Invece di proteggere le persone più danneggiate dall’emergenza climatica, denuncia l’associazione, i leader mondiali hanno ceduto agli interessi dell’industria del fossile e ai potenti attori economici.

 «La Cop26 non ha prodotto un risultato in grado di proteggere il pianeta e le persone che lo abitano – ha detto Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International –  Ha tradito le fondamenta su cui sono state edificate le Nazioni Unite. I negoziati si sono conclusi con decisioni che ignorano, demoliscono o barattano i nostri diritti, soprattutto quelli delle comunità più marginalizzate al mondo, trattate come danni collaterali sopportabili».

Le conseguenze dell’azione mancata peseranno soprattutto sulle popolazioni più fragili.

«Il mancato impegno a mantenere l’aumento della temperatura globale entro un grado e mezzo condannerà oltre mezzo miliardo di persone, soprattutto nel Sud del mondo, a contare su insufficienti quantità di acqua e centinaia di milioni di persone a temperature estreme – ha aggiunto Callamard – Nonostante questo disastroso scenario, gli stati ricchi non si sono impegnati a destinare fondi per risarcire le comunità che hanno subito perdite e danni a seguito del cambiamento climatico. Né si sono impegnati a destinare finanziamenti a fondo perduto per affrontare la crisi climatica ai paesi in via di sviluppo, col risultato che gli stati più poveri e con meno risorse per contrastarla si ritroveranno alle prese con un insostenibile livello di debito».

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