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Le spiagge libere sono ancora un miraggio

Spiagge libere, un miraggio. La libera fruizione della spiaggia è un diritto ancora poco applicato, se è vero che esistono aree costiere in cui oltre il 90% dei lidi è affidato in concessione. Anche se non è una novità – era già stato denunciato l’anno scorso e la questione del Lungomuro di Ostia, sul litorale romano, è storia antica – i numeri sono comunque impressionanti.

In Italia nella seconda estate di pandemia «trovare una spiaggia libera è sempre più difficile. Oltre il 50% delle aree costiere sabbiose è sottratto alla libera e gratuita fruizione».

Lo denuncia Legambiente nel report Rapporto Spiagge 2021. La situazione e i cambiamenti in corso nelle aree costiere italiane attraverso il quale scatta una fotografia dei lidi italiani con dati e numeri alla mano e fa il punto su nodi irrisolti, questioni ambientali da affrontare ed esperienze green che arrivano da stabilimenti e amministrazioni che hanno deciso di puntare sulla sostenibilità ambientale.

 

Sebastiano Venneri, responsabile turismo Legambiente

Spiagge 2021, concessioni balneari ed erosione

I dati di Spiagge 2021 evidenziano che aumentano del 12,5% le concessioni balneari, avanza ancora l’erosione costiera e preoccupano i lidi non balneabili. C’è il problema della scarsa trasparenza delle concessioni e ci sono (ancora!) canoni irrisori.

I canoni sono ovunque bassi e «in alcune località di turismo di lusso risultano vergognosi a fronte di guadagni milionari – dice Legambiente – Ad esempio per le 59 concessioni del Comune di Arzachena, in Sardegna, lo Stato nel 2020 ha incassato di 19mila euro l’anno. Una media di circa 322 euro ciascuna l’anno».

In tutte le Regioni aumentano le concessioni balneari, che nel 2021 arrivano a quota 12.166 (contro le 10.812 degli ultimi dati del Demanio relativi al 2018) e contano un aumento del +12,5%. Tra le regioni record ci sono Liguria, Emilia-Romagna e Campania con quasi il 70% dei lidi occupati da stabilimenti balneari. In Sicilia le concessioni per stabilimenti balneari sono aumentate del 41,5% dal 2018 al 2021. In Campania sono aumentate del 22,8% e in Basilicata del 17,6%.

«Tra i comuni costieri, il record spetta a Gatteo (FC) è quello che ha tutte le spiagge in concessione – dice Legambiente – ma si toccano numeri incredibili anche a Pietrasanta (LU) con il 98,8% dei lidi in concessione, Camaiore (LU) 98,4%, Montignoso (MS) 97%, Laigueglia (SV) 92,5%, Rimini 90% e Cattolica 87%, Pescara 84%, Diano Marina (IM) con il 92,2% dove disponibili sono rimasti solo pochi metri in aree spesso degradate».

 

spiagge 2021 legambiente
Rapporto Spiagge 2021 Legambiente

 

Erosione costiera sul 46% delle coste sabbiose

Sulle spiagge italiane pesa il problema dell’erosione costiera, che riguarda circa il 46% delle coste sabbiose e che si sta accentuando a causa della crisi climatica.

La spesa per combatterla – con interventi finanziati dallo Stato e, in parte, da Regioni e Comuni – è di circa 100 milioni di euro l’anno ed è maggiore rispetto a quanto lo Stato incassa effettivamente dalle concessioni balneari (83milioni gli incassi effettivi su 115 milioni nel 2019, unici dati disponibili).

Uno dei problemi , dice Legambiente, è che si continua ad intervenire con opere rigide come pennelli e barriere frangiflutti, che interessano almeno 1.300 km di costa, e su cui bisognerebbe aprire una riflessione sulla reale efficacia.

Le coste non balneabili

E poi c’è la questione legata alle coste non balneabili: complessivamente lungo la Penisola il 7,7% dei tratti di coste sabbiose è di fatto interdetto alla balneazione per ragioni di inquinamento. Sicilia e Campania contano in totale circa 55 km su 87 km interdetti a livello nazionale.

Spiagge libere, la situazione delle Regioni

«La situazione delle spiagge in concessione in Italia non ha paragoni con nessun Paese europeo. Un patrimonio ambientale e pubblico così straordinario – dice Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente – deve essere gestite nella massima trasparenza, tutelando il diritto a fruire delle spiagge. Oggi non è così, non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione, per cui assistiamo a una corsa alle nuove concessioni e a situazioni dove non esistono più spiagge libere».

Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Veneto sono le cinque regioni in cui non esiste nessuna norma che specifichi una percentuale minima di costa destinata alle spiagge libere o libere attrezzate.

Altre regioni sono invece intervenute fissando percentuali massime, ma poche sono quelle intervenute con provvedimenti davvero incisivi e con controlli a tutela della libera fruizione.

Puglia e Sardegna hanno stabilito il principio del diritto di accesso al mare per tutti fissando una percentuale di spiagge libere pari al 60%, superiore rispetto a quelle da poter dare in concessione (40%).

Segue il Lazio che fissa al 50% la quota minima di spiaggia libera o libera attrezzata. Lungo il litorale romano, si registra allo stesso tempo il record negativo per continuità di litorale senza spiaggia libera, con un muro a Ostia che impedisce per circa 3,5 chilometri di vedere il mare e di fruirne gratuitamente.

Il nodo dei canoni

Un nervo scoperto è la poca trasparenza dei canoni pagati per le concessioni e la non completezza dei dati per delle aree che appartengono al demanio dello Stato.

Legambiente ha analizzato i dati disponibili, gli ultimi del 2019, e stima che risultano ancora da versare 235 milioni di euro di canoni non pagati dal 2007.

«Sembra quasi che allo Stato non interessino i canoni delle spiagge – dice l’associazione – Eppure il giro di affari degli stabilimenti balneari è stato stimato da Nomisma in almeno 15 miliardi di euro annui. Intanto continua il valzer della proroga senza gara delle concessioni balneari: ultima, in ordine di tempo, quella approvata nella Legge di Bilancio 2019 e nel recente Decreto Rilancio che le estende fino al 2033, nonostante già nel 2009 l’Ue abbia avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia chiedendo la loro messa a gara, visto che la Direttiva Bolkestein del 2006 prevede procedure di evidenza pubblica».

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