Per gli immigrati l’Italia non è l’America: non sono coinvolti in forti processi di mobilità verticale e, non solo per questo, vivono condizioni simili a quelle degli italiani, condividendone esperienze lavorative in nero e salari che per la metà di loro sono compresi fra 800 e 1200 euro. In particolare, il 32% degli immigrati ha lavorato in nero, la maggior parte (73,3%) ha trovato lavoro attraverso il passaparola, 3 su 10 guadagnano meno di 800 euro al mese. È quanto emerge dal Rapporto sui percorsi lavorativi degli immigrati presentato da Ismu, Censis e Iprs.

La fotografia è quella di una realtà multietnica dove gli immigrati presenti in Italia sono poco meno di 5 milioni, con un forte aumento sia dei residenti (+56,5%), sia dei regolari che non risultano ancora iscritti in anagrafe (+48,7%), mentre gli irregolari sono stimati in 560 mila.

Gli immigrati sono residenti in media in Italia da 7 anni e hanno titoli di studio paragonabili a quelli della popolazione locale – in particolare, il 40,6% è diplomato o laureato, rispetto al 44,9% degli italiani.

Nel 32% dei casi hanno sperimentato in passato forme di lavoro irregolare (dato che sale al 40% al Sud), e oggi il 29% fa l’operaio, il 21% è colf o badante, il 16% lavora in alberghi e ristoranti, con una retribuzione netta mensile che nel 31% dei casi non raggiunge gli 800 euro. Dal punto di vista della condizione lavorativa, prevalgono gli occupati a tempo indeterminato (sono il 49,2% del totale), il 24,8% ha un impiego a tempo determinato, il 9,7% svolge un lavoro autonomo o ha un’attività imprenditoriale. La metà degli immigrati che lavora in Italia dichiara di percepire una retribuzione netta mensile compresa tra 800 e 1.200 euro, il 28% ha un salario inferiore, compreso tra 500 e 800 euro, il 3% guadagna meno di 500 euro. Solo il 13,3% ha una retribuzione netta mensile che va da 1.200 a 1.500 euro, e appena l’1,2% guadagna più di 2.000 euro.

L’ascensore sociale di fatto bloccato dell’Italia è tale anche per gli immigrati. È quanto emerge dallo studio. Si legge infatti in una nota: "I risultati dell’indagine sfatano il mito secondo il quale gli immigrati sono coinvolti in forti processi di mobilità sociale: l’Italia non è l’America per loro. Prevalgono i percorsi di mobilità orizzontale (il 66,6% dei cambiamenti di lavoro non determina una modifica sostanziale della loro posizione sociale), solo nel 21,5% dei casi si verificano percorsi di mobilità ascendente e nell’11,9% il cambiamento porta addirittura a un peggioramento della propria condizione lavorativa. I fenomeni di dequalificazione professionale e mobilità discendente risaltano ancora di più se si considera che il 59,8% degli stranieri che lavorano in Italia aveva già una occupazione nel Paese di origine".


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