In fatto di libera circolazione e scambio di dati personali per le più diverse finalità gli Stati Uniti rappresentano una voce alquanto dissonante nel panorama mondiale.privacyA confermare ancora una volta la volontà di non uniformarsi alle regole di riservatezza condivise a livello internazionale ci ha pensato questa volta il Congresso che ha letteralmente smontato le norme sul trattamento dei dati personali dei cittadini americani volute dall’amministrazione Obama.

Negli Stati Uniti le aziende raccolgono i dati per un fine preciso, che è quello istituzionale della società. Una volta raccolte le informazioni per quel servizio, possono poi essere utilizzate liberamente anche per altro: marketing, profilazione, cessione, vendita, elaborazione, a meno che l’interessato non scelga l’opt-out, cioè si opponga espressamente. In Europa le cose funzionano in maniera molto diversa. Il consenso all’utilizzo dei dati deve essere chiesto preventivamente e le finalità non possono essere diverse da quelle indicate al momento della richiesta.

Data la forte discrepanza tra il sistema “liberi tutti” statunitense e le regole previste dall’Europa, l’amministrazione Obama si era impegnata a porre rimedio, cercando di trovare un punto d’incontro tra le due sponde.

Dopo la notizia della decisione del Congresso lo scenario è nuovamente cambiato, tanto che al vecchio continente cominciano ad arrivare segnali di preoccupazione. In una nota per la stampa, il Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, ha dichiarato che l’abrogazione della riforma che avrebbe imposto agli internet service provider di subordinare al consenso la vendita dei dati personali degli utenti costituisce “Una scelta regressiva e in controtendenza rispetto ai sempre più diffusi orientamenti nella comunità internazionale”.

“La perdurante possibilità, per i provider”, continua Soro, “di cedere i profili degli utenti e dati espressivi non solo di preferenze di acquisto, ma a volte anche di convinzioni religiose o politiche, di preoccupazioni per la salute o di abitudini sessuali, legittima così la monetizzazione del diritto fondamentale alla protezione dati on-line”.

A seguito di questa decisione del Congresso, vacilla quindi anche il faticoso accordo raggiunto recentemente tra USA e UE che colma il vuoto creato con l’annullamento da parte della Corte di giustizia europea del cosiddetto “Safe Harbor”.

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