MES o non MES? Salvezza dell’Italia in difficoltà o capestro a cui l’Italia si impiccherà accettando condizioni he ci ridurranno come la Grecia di qualche anno fa? Utilizzarlo così com’è, utilizzarlo chiedendo cambiamenti sostanziali, rifiutarlo? Il dibattito politico delle ultime settimane è stato incentrato su questi interrogativi, con la contrapposizione di scenari salvifici o catastrofici in contrapposizione. Ma vediamo di capire meglio di che si tratta, valutando opportunità e rischi di questo strumento.

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) sostituisce il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), nati per salvare dall’insolvenza gli stati di Portogallo e Irlanda, investiti dalla crisi economico-finanziaria del 2008 e anni successivi. Voleva essere, nelle intenzioni dei proponenti, una specie di cassa comune per far fronte alle emergenze di cui gli stati possono usufruire in presenza di determinate condizioni. Il MES è attivo da luglio 2012, quindi si tratta di una struttura normativa già esistente.

L’articolo 3 stabilisce che: “Il  MES può seguire e valutare la situazione macroeconomica e finanziaria dei suoi membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico, e analizzare le informazioni e i dati pertinenti”. E’ su questa frase che in genere sul piano politico si discute nei vari talk show.

Ma dal  punto di vista tecnico le questioni da approfondire sono molto complesse e sono essenzialmente due.

  • La prima questione riguarda il meccanismo di accesso al credito del MES. Nell’allegato III della bozza è previsto:

“Rispetto dei parametri quantitativi di bilancio. Il membro del MES non deve essere soggetto  alla  procedura  per  disavanzo  eccessivo e, nei due anni precedenti la richiesta di assistenza finanziaria precauzionale, deve soddisfare i seguenti tre parametri di riferimento:

  1. un disavanzo pubblico al di sotto del 3% del PIL
  2. un saldo di bilancio strutturale delle amministrazioni pubbliche pari o superiore al parametro di riferimento minimo specifico per il paese
  • un parametro di riferimento del debito costituito da un rapporto debito pubblico/PIL inferiore al 60% ovvero una riduzione del differenziale, rispetto al 60%, a un tasso medio di un ventesimo all’anno nei due anni precedenti.”

In pratica i paesi in difficoltà non avrebbero dovuto essere in difficoltà nei due anni precedenti, in quanto la loro posizione sarebbe stata all’interno dei parametri di Maastricht. Ma è soprattutto il terzo punto che rappresenta un vero ostacolo economico. Facciamo riferimento all’Italia. Il nostro rapporto debito pubblico/pil è del 135%, pertanto il differenziale rispetto al 60% è pari all’75% in più. Quindi nei due anni precedenti la riduzione di 1/20 comporterebbe più o meno un impegno di 19 miliardi il primo anno e di poco meno per il secondo.

Insomma se un paese è in grado di rispettare i parametri di Maastricht non ha necessità di ricorrere al Mes. Infatti ben 10 stati su 19 stati dell’unione non sarebbero in grado di soddisfare i parametri indicati.

  • La seconda problematica deriva dalle “clausole di azione collettiva”.

Tali clausole vennero introdotte dopo il default greco, al fine di evitare complessi meccanismi di rinegoziazione derivanti dalla gestione di molteplici assemblee di obbligazionisti tante quante sono le emissioni dello stato. Infatti attualmente è necessaria una votazione con maggioranza qualificata per singola emissione e una votazione di tutti gli obbligazionisti.

Con la riforma del Mes, invece, per ristrutturare il debito pubblico di uno stato della comunità sarà sufficiente una sola votazione dell’assemblea degli obbligazionisti. In questo modo il processo di ristrutturazione (riduzione del debito o allungamento delle scadenze o riduzione degli interessi) sarebbe più rapido. Purtroppo per l’Italia questo scenario non è molto probabile in quanto circa 500 miliardi dei titoli sovrani italiani sono detenuti da banche del nostro paese. Ovvio pensare che le stesse costituirebbero un probabile impedimento all’accordo. Inoltre anche un’ipotesi di riduzione dell’incidenza nel tempo delle banche italiane nell’ammontare globale del debito pubblico rappresenterebbe un chiaro messaggio negativo al mercato, con la conseguenza probabile di eventuali mancate sottoscrizioni di investitori esteri o di innalzamento dei tassi.

Un ultimo aspetto da analizzare riguarda la “struttura e le regole di voto”. Sono presenti nell’articolo 4 del trattato e possono essere così sintetizzate:

  • le decisioni vengono prese dal consiglio dei governatori e dal consiglio di amministrazione e sono adottate di comune accordo, a maggioranza qualificata o a maggioranza semplice. Per tutte le decisioni è necessaria la presenza di un quorum di due terzi dei membri aventi diritto di voto che rappresentino almeno i due terzi dei diritti di voto;
  • l’adozione di una decisione di comune accordo richiede l’unanimità dei membri partecipanti alla votazione. Le astensioni non ostano all’adozione di una decisione di comune accordo;
  • una procedura di votazione d’urgenza richiede una maggioranza qualificata dell’85% dei voti espressi;
  • l’adozione di una decisione a maggioranza qualificata richiede l’80% dei voti espressi; mentre l’adozione di una decisione a maggioranza semplice richiede la maggioranza dei voti espressi;
  • il numero dei diritti di voto di ciascun membro del MES è pari al numero di quote assegnate a tale membro a valere sul totale di capitale versato.

L’Italia detiene circa il 17% delle quote e quindi può senza alcun dubbio con questa struttura di voto esercitare una forte influenza, specie nel caso di decisioni d’urgenza.

Per concludere, devo dire che queste norme possono essere interpretate in modo bivalente per l’Italia. In fondo siamo tra i maggiori contributori e quindi queste regole costituiscono una garanzia del capitale che abbiamo versato; viceversa in caso di necessità possono rappresentare una limitazione della nostra sovranità.

Forse dopo 27 anni la comunità europea, prima di discutere del MES, dovrebbe rivedere i parametri economici che governano i rapporti interni.

Scrive per noi

Angelo Di Marco
Angelo Di Marco
E' esperto di banca e finanza. Ha lavorato con funzioni direttive in Banca nazionale del lavoro e come consulente nell'Istituto per l’automazione delle Casse di Risparmio Italiane, Ernst & Young, Seceti Spa (oggi Oasi Diagram Spa), Almaviva Consulting, Gruppo Bancario Delta, Cassa Depositi e Prestiti. Ha collaborato come conciliatore con il Movimento Difesa del Cittadino e oggi collabora con Konsumer Italia.

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