Violenza contro le donne, le cattive parole usate dalla stampa (fonte foto: Pixabay)

La violenza di genere si alimenta anche di parole. Sbagliate, perché piene di stereotipi. La narrazione della violenza contro le donne è pervasa da ricorrenti stereotipi sulla stampa così come nel linguaggio usato dalle sentenze di tribunale. La narrazione che viene proposta sulla stampa spesso colpevolizza la vittima, fa “sparire” il colpevole, nega soggettività alle donne (non a caso chiamate sempre per nome) e usa ancora espressioni come “dramma della gelosia” che nega il carattere strutturale e prevaricatore della violenza sulle donne e il fenomeno della violenza domestica.

Come viene raccontata la violenza contro le donne

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E la violenza contro le donne viene raccontata dalla stampa con una narrazione che spesso omette la responsabilità maschile, mostra empatia con il carnefice, colpevolizza la vittima e rappresentata la violenza come un mero fatto privato – la lite finita male invece del femminicidio.

L’analisi viene da una ricerca dell’Università degli Studi della Tuscia, in partnership con l’Associazione Differenza Donna ONG e con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità, nell’ambito del progetto “STEP-Stereotipo e pregiudizio. Per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel discorso dei media”.

La ricerca ha analizzato la rappresentazione sociale della violenza di attraverso lo studio di articoli di stampa e sentenze.

«In generale la rappresentazione sociale della violenza tende ad attenuare o omettere le responsabilità degli uomini protagonisti di episodi e reati di violenza. Gli stereotipi e i pregiudizi, quando si radicano nei testi delle sentenze o sulle pagine dei giornali, contribuiscono a perpetuare una rappresentazione sociale della violenza che mistifica il fenomeno riducendo le responsabilità degli aggressori», si legge nella sintesi della ricerca.

La violenza di genere sulla stampa

Nell’ambito della stampa, la ricerca ha analizzato un totale di 16.715 articoli nell’arco temporale di 3 anni, dal 2017 al 2019. I reati presi in considerazione sono stati la violenza domestica, la violenza sessuale, l’omicidio/femminicidio, la tratta e la riduzione in schiavitù di esseri umani e lo stalking.

Uno dei dati che emerge è la sovra-rappresentazione di fenomeni meno frequenti di violenza rispetto a quanto accade nella realtà. Il reato più frequente registrato dalle procure è rappresentato dai maltrattamenti familiari (51,1%), il secondo dallo stalking (30,7%), il terzo dalla violenza sessuale (17,1%), il quarto dal femminicidio (0,7%) e all’ultimo posto dalla tratta/riduzione in schiavitù (0,4%).

Al contrario, sulla stampa fra i casi di violenza riportati il reato più diffuso è lo stalking con il 53,4% degli articoli, seguito dai casi di omicidio/femminicidio (44,5%). Solo al terzo posto, con il 14%, ci sono i casi di violenza domestica che invece rappresentano la larga maggioranza dei reati contro le donne.

“Proprio la violenza domestica può generare un altro drammatico fenomeno, quello della violenza assistita da parte dei minori che vivono all’interno del nucleo famigliare”, ricorda Save the Children riportando i dati dell’analisi sulla stampa.

«Il maltrattamento in famiglia non fa notizia, quasi appunto che sia da considerarsi la norma – si legge nella sintesi della ricerca – Ne emerge una normalizzazione di questa tipologia di violenza che rischia di lasciare le donne più sole ed indifese. Perché se indotte a pensare che questa è la norma, saranno anche portate a tollerarla più a lungo, esponendo sé stesse e i propri figli ad una violenza reiterata, rinviando la richiesta di aiuto anche di decenni o addirittura non arrivando mai alla denuncia».

 

Stereotipi e pregiudizi di genere nel racconto della stampa

 

La colpevolizzazione della vittima

C’è uno squilibrio nella rappresentazione del colpevole. Se si raggruppano le parole che emergono dagli articoli, l’uomo e i suoi reati quasi scompaiono.

La narrazione è tutta incentrata sulla vittima e spesso con un linguaggio che la colpevolizza. Si tratta del  “victim blaming” e consiste nel ritenere la vittima responsabile di quanto le è accaduto, sia in maniera diretta che indiretta: per come era vestita, per quello che aveva detto o fatto, passando al setaccio il suo stile di vita o il suo comportamento.

Lo stereotipo della “tragedia familiare”

Il tutto spesso in un contesto chiamato “tragedia familiare”. Ma, spiega la ricerca, se si usa l’espressione “tragedia familiare” si ricorre a uno stereotipo culturale che omette la responsabilità maschile; normalizza la “rabbia” di lui vista sempre come reazione a qualcosa che lei ha fatto o non ha fatto; mitiga la violenza maschile dentro una relazione privata; omette di dire che la reazione maschile è un reato; alla fine omette il colpevole e biasima la vittima.

«Contro le donne verrà messo in atto un potentissimo processo di omissione della realtà, che di fatto da un lato favorisce i colpevoli e dall’altra getta sospetto sulle vittime – prosegue la sintesi della ricerca – Nascondendo i primi alla vista e alla percezione e lasciando per contro in piena luce le donne e i loro comportamenti che verranno passati al microscopio. Sulla stampa. Nelle questure. Nei tribunali».

Le stesse donne vittime di violenza finiscono per introiettare questa rappresentazione. «L’aggressore non è il soggetto della violenza nemmeno nella loro narrazione del proprio vissuto. Anche a distanza di anni dalla sentenza definitiva di condanna dell’ex marito, dell’ex compagno, spesso continuano a chiedersi: dove ho sbagliato».

Alle donne viene negata soggettività. Diventano le protagoniste passive del racconto. Della donna si racconta soprattutto il suo essere giovane, bella, moglie, madre o futura madre. Spesso vengono chiamate solo per nome, come a sottolineare uno status di carattere filiale e di mancata indipendenza.

La rappresentazione della violenza maschile

«Nel loro racconto, i giornali tendono a offuscare la figura dell’autore della violenza attraverso l’uso di espressioni come “liti coniugali”, “tragedia familiare” o “violenza domestica” che, di fatto, fanno scomparire gli uomini dai discorsi sulla violenza maschile. Una rappresentazione corretta e realistica della violenza di genere è invece quella che impiega espressioni come “violenza dei mariti” o “violenza maschile»” (Stereotipo e pregiudizio. Analisi della stampa).

L’uomo viene rappresentato come un soggetto deviante, pericoloso, violento o al contrario come una persona “mite” che ha perso il controllo. L’uso di parole come “raptus”, “lite famigliare” o “dramma della gelosia” non possono descrivere il fenomeno della violenza ma continuano a essere utilizzate indiscriminatamente e negano così il carattere ricorsivo e strutturale della violenza contro le donne. Fra le peggiori pratiche c’è proprio quella di associare la violenza a raptus o gelosia, a patologie, malesseri o disagi dell’aggressore, senza contare quella in cui la narrazione è tale che finisce per mostrare empatia per il colpevole.


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Sabrina Bergamini
Sabrina Bergamini
Giornalista professionista. Direttrice di Help Consumatori. Romana. Sono arrivata a Help Consumatori nel 2006 e da allora mi occupo soprattutto di consumi e consumatori, società e ambiente, bambini e infanzia, salute e privacy. Mi appassionano soprattutto i diritti, il sociale e tutti quei temi che spesso finiscono a fondo pagina. Alla ricerca di una strada personale nel magico mondo del giornalismo ho collaborato come freelance con Reset DOC, La Nuova Ecologia, Il Riformista, IMGPress. Sono laureata con lode in Scienze della Comunicazione alla Sapienza con una tesi sul confronto di quattro quotidiani italiani durante la guerra del Kosovo e ho proseguito gli studi con un master su Immigrati e Rifugiati. Le cause perse sono il mio forte. Hobby: narrativa contemporanea, cinema, passeggiate al mare.

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