Meta ancora nel mirino dell’Europa per il modello “pay or consent” (Foto Pixabay)

Il modello “pay or consent” di Meta non piace alle istituzioni europee. Troppo fuorviante il ricorso alla parola “gratis”, perché gli utenti che non vogliono abbonarsi a Facebook e Instagram devono accettare che Meta usi i loro dati personali per mostrare annunci personalizzati. Il linguaggio usato non è chiaro, si parla di “informazioni” invece che di “dati personali”. E la piattaforma è accusata di fare pressione sugli utenti dei due social perché facciano una scelta immediata.

Meta, col suo modello di pubblicità “pay or consent”, si ritrova di nuovo sotto i riflettori della Ue.

Oggi infatti la rete di cooperazione per la tutela dei consumatori (CPC) ha inviato una lettera a Meta per esprimere preoccupazioni sulla possibilità che il modello “pay or consent” (“paga o acconsenti”) violi il diritto dell’UE sulla tutela dei consumatori. L’azione è coordinata dalla Commissione e guidata dalla direzione generale francese per la Concorrenza, i consumatori e la lotta antifrode (DGCCRF). È stata avviata nel 2023, subito dopo che Meta aveva chiesto da un giorno all’altro ai consumatori di scegliere se abbonarsi e pagare per usare Facebook e Instagram oppure accettare che l’azienda usasse i loro dati personali per mostrare annunci personalizzati, traendone profitto (“pay or consent”).

«I consumatori non devono essere indotti a credere di poter scegliere se pagare e non visualizzare più annunci pubblicitari oppure ricevere un servizio gratuito quando in realtà acconsentono al fatto che Meta usi i loro dati personali per guadagnare dalla pubblicità – ha detto Didier Reynders, commissario per la Giustizia – Il diritto dell’UE in materia di tutela dei consumatori è molto chiaro: gli operatori commerciali devono informare i consumatori subito e in modo pienamente trasparente sul modo in cui usano i loro dati personali. È un diritto fondamentale che continueremo a proteggere».

«Non resteremo a guardare mentre vengono attuate pratiche scorrette che ingannano i consumatori», ha detto Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la trasparenza.

L’azione verso Meta

Le autorità per la tutela dei consumatori, spiega Bruxelles, hanno esaminato diversi elementi che potevano costituire pratiche ingannevoli o aggressive, verificando in particolare se Meta avesse fornito fin da subito ai consumatori informazioni veritiere, chiare e sufficienti che consentissero di valutare in che modo la decisione di pagare o accettare il trattamento dei dati personali a fini commerciali avrebbe influito sui loro diritti di consumatori. Le autorità della rete CPC temono che molti consumatori possano essere stati esposti a pressioni indebite e si siano sentiti costretti a scegliere in fretta tra i due modelli, temendo di perdere immediatamente l’accesso ai loro account e alla loro rete di contatti.

L’azione coordinata della rete CPC nei confronti di Meta si aggiunge ad altre procedure europee e nazionali in corso su questo stesso modello. Si concentra nello specifico sulla valutazione delle pratiche di Meta ai sensi del diritto UE in materia di tutela dei consumatori. Il 1º luglio di quest’anno la Commissione ha trasmesso le proprie conclusioni preliminari a Meta, dalle quali risulta che il modello di pubblicità “pay or consent” non rispetta il regolamento sui mercati digitali.  

 

 

Meta, Commissione europea: il modello pubblicitario “Pay or Consent” viola il regolamento sui mercati digitali (Foto di Pete Linforth da Pixabay)

 

L’azione contro Meta e le principali contestazioni

Il diritto europeo vieta le pratiche commerciali sleali sotto forma di azioni ingannevoli o aggressive e di omissioni ingannevoli. E vieta il ricorso a clausole contrattuali che, in contrasto col principio della buona fede,  determinino, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.

Per le autorità CPC ci sono una serie di pratiche che potrebbero essere considerate sleali e contrarie alla direttiva sulle pratiche commerciali sleali e alla direttiva sulle clausole contrattuali abusive.

Nel dettaglio, le autorità contestano a Meta prima di tutto l’“uso fuorviante del termine “gratis”, a fronte del fatto che gli utenti che non desiderano abbonarsi e pagare sono obbligati ad accettare che Meta possa guadagnare usando i loro dati personali per mostrare loro annunci personalizzati”.

Spiegano poi che gli utenti risultano confusi perché costretti a navigare tra diverse schermate delle app o della versione web di Facebook e Instagram e a cliccare su link che portano a diverse parti delle condizioni di servizio o dell’informativa sulla privacy per scoprire in che modo Meta userà le loro preferenze e i loro dati personali per mostrare annunci personalizzati.

Un altro aspetto critico rilevato nel modello di Meta è il ricorso a linguaggio impreciso, ad esempio “le tue informazioni” per riferirsi ai “dati personali” dei consumatori, o a termini tali da suggerire che i consumatori che decidono di pagare non vedranno nessun annuncio, anche se potrebbero ancora vederne quando interagiscono con contenuti condivisi tramite Facebook o Instagram da altri membri della piattaforma.

Infine le autorità contestano la “pressione sui consumatori che hanno sempre usato Facebook e Instagram gratis prima dell’introduzione del nuovo modello commerciale”, per i quali i due social fanno parte della vita sociale, pressione affinché facciano “una scelta immediata, impedendo loro di accedere ai loro account prima di scegliere e senza quindi dare loro un preavviso, tempo sufficiente e una reale opportunità per valutare in che modo la scelta potrebbe influire sulla relazione contrattuale con Meta”.

Meta ha tempo fino al 1º settembre 2024 per rispondere alla lettera della rete CPC e della Commissione e proporre soluzioni. In assenza di intervento, le autorità CPC possono decidere di adottare misure di esecuzione, anche di tipo sanzionatorio.

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