Con la votazione di ieri alla Camera, l’Italia ha una legge sul reato di tortura. ci sono voluto quattro anni di rinvii e modifiche per arrivare al testo attuale che però sembra lasciare dietro di sé molta insoddisfazione. L’approvazione arriva infatti con 198 voti favorevoli, 35 contrari e ben 108 astenuti. Del testo proposto da Luigi Manconi, primo firmatario dell’iniziativa parlamentare sul reato di tortura, resta ben poco. Già lo scorso 17 maggio, quando la proposta di legge ha passato l’esame del Senato, il Senatore Manconi non aveva partecipato alla votazione, definendo il testo come “stravolto” rispetto alla proposta originaria.

Il nuovo reato sarà disciplinato come disposo dall’articolo 613- bis del codice penale: “Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

In base a quanto previsto, dunque, il singolo atto di violenza potrebbe anche non essere punito, così come non viene applicata la pena nel caso che le sofferenze siano indotte da legittime misure preventive o limitative dei diritti.

Da qui il malcontento di gran parte degli astenuti alla votazione così come delle tante associazioni di difesa dei diritti umani. “Quella approvata oggi dal Parlamento, che introduce con quasi 30 di ritardo il reato specifico di tortura nel codice penale ordinario, non è una buona legge. É carente sotto il profilo della prescrizione”, afferma Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia che aggiunge: “La definizione della fattispecie è confusa e restrittiva, scritta con la preoccupazione di escludere anziché di includere in sé tutte le forme della tortura contemporanea”.

“Oggi dovremmo essere particolarmente soddisfatti, ma quella appena approvata è una legge che non ci piace“, commenta Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva. “Lontana dalle previsioni del testo della Nazioni Unite, la legge presenta limiti enormi, che porranno altrettanti problemi sul piano applicativo, col rischio di lasciare comunque impunite, o di punire inadeguatamente, diverse condotte che nei fatti integrano la tortura”. “Più volte abbiamo evidenziato questi limiti, chiedendo che si correggessero, nel corso del lungo iter parlamentare che ha progressivamente depotenziato il testo del disegno di legge, nei palleggi tra Senato e Camera, e di una discussione oscillante tra i timori reverenziali nei confronti delle forze dell’ordine e le strumentalizzazioni delle destre sempre pronte a spacciare un provvedimento sacrosanto, che tutela i diritti umani, come una legge contro la polizia”.

Contrari, ma per altre motivazioni, i sindacati delle forze dell’ordine. Per Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Pentenziaria) il timore principale è che la legge possa “essere sfruttata da parte dei delinquenti senza scrupoli, dei professionisti del disordine e dei criminali incalliti che potrebbero esporre tutti i poliziotti penitenziari a denunce strumentali”.

Al di là di questo va sottolineato che la legge segna un passo avanti importante verso l’attuazione dell’obbligo di punire la tortura imposto dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 che l’Italia ha ratificato nel 1989.

“Nella misura in cui pone fine alla rimozione della tortura, alla sua indicibilità, la legge permette di superare quella situazione di grave inadempimento per cui i giudici italiani erano costretti a mascherare una delle più gravi violazioni dei diritti umani da reato banale, a volte da mero abuso d’ufficio, con la conseguenza di punirla in modo lieve o di non punirla affatto per effetto della prescrizione”, dice Marchesi.


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