Spesa militare al 5%, Codici: “Tagli gravissimi ai servizi pubblici essenziali” (Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Gli effetti della spesa militare al 5% del Pil rischiano di essere devastanti. Triplicare la spesa militare peserà in modo enorme sullo stato sociale. Due gli scenari possibili secondo Codici: un aumento della pressione fiscale, che potrebbe arrivare al 47% rendendo l’Italia uno dei paesi più tassati d’Europa; tagli alla spesa sociale, alla sanità e all’istruzione, con un aumento di chi è costretto a rinunciare alle cure perché non può permettersi il ricorso alla sanità privata.

È l’analisi diffusa da Codici, che cerca di stimare le conseguenze di un aumento della spesa militare italiana al 5% del Pil, come prevede l’accordo sulle spese militari sottoscritto al recente vertice Nato. Questo comporta l’impegno a destinare il 3,5% del Pil in spese militari tradizionali quali armi, mezzi, munizioni, stipendi delle forze armate e delle missioni militari, e un altro 1,5% in spese per la sicurezza nazionale che comprendono cybersicurezza, resilienza ed efficientamento delle infrastrutture critiche e di mobilità, difesa delle frontiere, presidi medici contro attacchi nucleari, chimici, batteriologici.

Il rischio che per finanziare la spesa militare servano tasse, oppure tagli alla spesa, è molto concreto.

«Bisogna ripensare il dialogo – afferma Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici –, accettando di essere in un mondo multipolare. La minaccia permanente di un confronto armato o addirittura la sua concretizzazione è un errore epocale e senza futuro».

Spese militari e aumento della pressione fiscale

Secondo le stime di Codici, l’aumento della spesa militare al 5% del Pil significherebbe un aumento di oltre 73 miliardi di euro annui nel bilancio dello Stato dedicato alle forze armate. Una cifra enorme, che metterebbe sotto pressione il sistema fiscale o comporterebbe tagli gravissimi ai servizi pubblici essenziali.

L’associazione ha analizzato due scenari possibili dei prevedibili effetti. Il primo scenario riguarda l’aumento della pressione fiscale.

«Se il Governo decidesse di mantenere invariata la spesa per sanità, istruzione e welfare – afferma Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici –, l’unico modo per finanziare l’aumento delle spese militari sarebbe alzare le tasse. La pressione fiscale passerebbe dal 43,5% attuale a circa 47% del PIL, rendendo l’Italia uno dei Paesi più tassati d’Europa. Inoltre, l’aumento della tassazione indiretta (IVA, accise) per finanziare la spesa militare potrebbe riflettersi sui prezzi di beni primari (alimentari, trasporti, utenze), con un impatto inflazionistico stimato tra +1,0% e +1,5% annuo».

Spesa militare e tagli a sanità e scuola

Il secondo scenario riguarda i tagli al welfare, ovvero sanità, scuola e sussidi nel mirino. Un rischio concreto che mina il diritto alla salute di quanti, già ora, non possono permettersi il ricorso alle sanità privata e rinunciano a curarsi. Secondo recenti stime, di fronte ai ritardi del sistema pubblico, l’84% degli utenti che rinunciano si rivolge al settore privato, mentre il 13% sceglie di non curarsi affatto.

«Per evitare un aumento delle imposte – afferma Giacomelli –, la spesa militare potrebbe essere finanziata tagliando drasticamente la spesa sociale. I settori più a rischio sono sanità pubblica (15–20 miliardi di euro), istruzione e università (10–15 miliardi di euro), sussidi e trasferimenti sociali (10–15 miliardi di euro), investimenti sociali (5-10 miliardi di euro), pensioni e previdenza (circa 5 miliardi di euro)».

Il sistema sanitario nazionale rischia di subire il colpo più duro di questa strategia politica. «I tagli a sanità e welfare – prosegue il segretario nazionale di Codici – aumenterebbero il ricorso al settore privato (sanità, istruzione, energia, affitti sociali), con un’inflazione da domanda privata sui beni essenziali. L’impatto potrebbe essere più profondo, con +1,5% / +2,0% annuo sui beni primari, specie per le famiglie a basso reddito. Le conseguenze sarebbero drammatiche: ospedali chiusi, reparti accorpati, blocco delle assunzioni, liste d’attesa interminabili e carenza cronica di personale. Il ricorso crescente alla sanità privata aumenterebbe il divario tra chi può pagare e chi è costretto a rinunciare alle cure. Le fasce sociali più fragili, anziani, disoccupati e famiglie numerose, ne pagherebbero il prezzo più alto».

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