Tutela della biodiversità, il Climate Pride torna in piazza a Roma (credit Climate Pride)
Tutela della biodiversità, il Climate Pride torna in piazza a Roma
In occasione della seconda sessione della Cop16 la rete ecologista e sociale del Climate Pride è scesa in piazza a Roma per chiedere di rafforzare la tutela della biodiversità con adeguati finanziamenti e azioni concrete
Il Climate Pride torna in piazza a Roma. Chiede un impegno politico e finanziario più ambizioso nella tutela della biodiversità. A livello finanziario, la richiesta fatta ai Governi è quella di ridurre di almeno 500 miliardi di dollari all’anno gli incentivi dannosi per la biodiversità e mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno per la tutela della biodiversità entro il 2030.
La rete del Climate Pride, formata da associazioni e movimenti ecologisti e sociali, ha dato vita questa mattina a Roma a un flashmob e a una performance per chiedere di rafforzare la tutela della biodiversità. L’occasione è la seconda sessione della Cop16 in corso a Roma, presso la sede della Fao.
La manifestazione ha rivendicato la necessità di “rispettare i limiti planetari, promuovendo benessere, lavoro e inclusione sociale per ogni persona”.

La performance nel segno di una “Cop della Natura”
Attiviste e attivisti hanno indossato maschere che raffiguravano varie specie viventi e hanno dato vita a una sorta di “Cop della Natura”, sventolando bandiere dell’Onu, per chiedere “azioni concrete e maggiori finanziamenti pubblici, diretti anche alle popolazioni indigene e locali, per raggiungere gli obiettivi internazionali sulla salvaguardia ambientale”.
Il percorso per tutelare la biodiversità prevede, oltre ad adeguati finanziamenti, la garanzia che venga rispettato il principio DNSH – Do No Significant Harm: gli investimenti devono essere fatti senza pregiudicare le risorse ambientali. E la direzione è quella della Nature Restoration Law: ripristinare almeno il 30% degli habitat degradati dell’UE entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050.
Su scala globale, proteggere la biodiversità richiede di “mettere la scienza al centro delle decisioni strategiche”: devono essere le indicazioni della scienza a guidare le scelte politiche, non il contrario.
“Al contempo – spiega la rete del Climate Pride – è necessario vigilare attentamente, e nel caso regolamentare in maniera stringente, il meccanismo delle compensazioni (biodiversity offsetting) in base al quale la perdita e distruzione di habitat, causata da progetti di sviluppo ed infrastrutturazione, può essere compensata altrove, anche in altri continenti, con una quantità di natura equivalente e ricreando ecosistemi “simili” che, tuttavia, vengono però raramente ricostruiti con successo avendo, come risultato, la perdita di habitat chiave e di specie native nonché degrado di servizi ecosistemici”.
La rete contesta così “la speculazione sui brevetti dei semi, che minaccia l’identità culturale delle popolazioni indigene e delle comunità locali”.
“La privatizzazione delle sementi, spesso conservate attraverso conoscenze tramandate per generazioni, rischia di sottrarre a queste comunità il diritto di coltivare, conservare e scambiare liberamente le proprie risorse, riducendo la biodiversità agricola e aumentando la dipendenza economica dai grandi gruppi industriali agricoli e farmaceutici. Proteggere i diritti dei popoli indigeni su queste risorse è essenziale per preservare la diversità culturale e garantire la sovranità alimentare globale”. E anche i paesi del “Nord Globale”, Italia compresa, devono assumersi maggiori responsabilità nel finanziamento delle misure che servono a tutelare la biodiversità, collaborando con i paesi del Sud.
“La COP16 – concludono gli attivisti – rappresenta un’opportunità cruciale per un cambio di rotta: è tempo che i governi si assumano la responsabilità di proteggere la biodiversità con azioni concrete e investimenti adeguati”.

