Il Salone del Libro cresce ancora. La cultura è convergente

È stato annunciato un nuovo record di visitatori per il Salone del libro di Torino: sono 222.000 persone. Poi ci sono le esperienze degli editori espositori (più di 800), tra eroi dell’editoria (quelli che pubblicano magari solo 6 ottimi libri l’anno), agenzie di self publishing (ormai strutturatissime) e big company che pubblicano migliaia di novità l’anno. Esperienze positive (vendita), a sentire tutti quelli a cui l’ho chiesto e quelli a cui hanno chiesto i miei amici. “Tutti molto contenti”. Ma soprattutto ci sono i dati ufficiali del Salone, che riportano crescita di vendite per gli editori intervistati dal + 20 al +200 per cento.

Ci sono le storie (e i libri) che i tanti autori hanno raccontato durante gli eventi (più di 250) nelle sale, dove si è parlato di guerre, paci, patriarcati, femminismi e lotta per le uguaglianze; ambiente e clima, scuola e lavoro; lavoro e diritti; salute mentale, scienza e etica; educazione sentimentale per gli adolescenti e i genitori. L’elenco non è esaustivo.

Poi ci sono i commenti degli amici e di quelli che non conosci ma che senti mentre fai la fila ai bar o mentre ti ficcano il gomito nella schiena mentre cerchi di raggiungere il tuo stand del cuore; e ci sono le chiacchiere che senti quando sali alla Lounge, che è una sorta di area vip, una terrazza che affaccia sull’Oval del Salone (l’area più grande dove ci sono tutti i grandi editori), dove si accede per inviti e lista, e dove scrittori, giornalisti, blogger, podcaster, attrici, attori, cantanti, personaggi televisivi e dello spettacolo si mettono comodi (e a volte pure sdraiati) su sedie e divanetti, e si ritrovano per qualche ora a stare abbracciati, dentro un salotto teorico e pratico che in quel momento, in quei pochi metri quadri, sembra assolutamente pacifico e felice, un luogo dove tutti riconoscono l’importanza e il valore di tutti, con pacche sulle spalle, baci, abbracci e piccola foto con stampa istantanea.

Ma chi sono i protagonisti veri del Salone?

Ora, questo poliedrico cosmo che si viene a creare nei 5 giorni al Salone del Libro di Torino, fatto da chi è arrivato con zaino in spalla e ha viaggiato tutta la notte su un flixubus e star mondiali della letteratura, vecchi predicatori e giovani e influenti BookToker che leggono 100 libri l’anno, ecco, questo micro cosmo, da cosa è formato? Qual è il collante? Il comun denominatore? Perché deve pur esserci.

E infatti c’è, ed è la parola che fin qui non abbiamo mai usato: cultura.

Una cosa alta? Di pochi, per pochi? O una cosa di tutti per tutti? È il frutto dei talenti o è la creatività delle masse? È tutto commerciale o si tratta del meraviglioso processo di democratizzazione dell’arte?

Non è banale come domanda, tant’è che anche durante il Salone se ne è dibattuto con Giorgio Zanchini, nostro storico e amato giornalista culturale per radio e tv. Al Salone, Zanchini ha presentato il suo nuovo libro La cultura nei media. Dalla carta stampata alla frammentazione digitale edito da Carocci editore, con il quale ricostruisce l’affascinante percorso storico della “pagina cultura” dei giornali sia italiani che esteri, ricostruendo un arco dentro il quale la cultura è passata da fenomeno riservato a pochi colti e aristocratici nel lontano ‘600, fino ad arrivare a oggi, quando la cultura ha compiuto un grande processo di democratizzazione: tutti scrivono un libro, tutti fanno un podcast, tutti esprimono la loro opinione sui social o sui loro blog. Tutti, la bellissima adolescente che ha viaggiato la notte su un Flixbus e si è addormentata in sala durante un evento, l’attore ecologista, lo scrittore letterato, la mamma stanca che vuole raccontare al mondo quanto è faticoso tirar su i figli.

Oggi la cultura è fatta da tutti. E il talento? E il professionismo?

Zanchini ricorda e sottolinea una cosa importante, e cioè che i passaggi storici, i cambiamenti del mondo sono avvenuti sempre per mezzo delle rivoluzioni tecnologiche, ed è così anche per l’informazione e la cultura: nel ‘400 con Johann Gutenberg e l’invenzione della stampa a caratteri mobili, poi la linotype (la prima macchina per la composizione tipografica automatica) nella seconda metà dell’800, e oggi la rivoluzione digitale. Questo processo tecnologico ha trasformato la cultura da fenomeno alto e per pochi a elemento diffuso.

Si parla infatti di “cultura diffusa”, e per quanto riguarda i giornali e il giornalismo culturale questo ha comportato il fatto che piano piano la cultura è uscita dal confinamento di una pagina dedicata, per entrare come “punto di vista”, ingrediente, in tutte le questioni di attualità. Il cambiamento è avvenuto anche sul fronte dei fruitori, non solo dei produttori del dibattito. Con il progresso è aumentata l’alfabetizzazione e il tempo libero e quindi il desiderio di usufruire di cultura, tra libri, giornali, film, arte. La cultura, scrive Zanchini nel suo libro, “è un termine tra i più complessi e polisemici dell’intero vocabolario. (…) il suo significato è andato continuamente mutando, allargandosi in modo sensibile”.

Nel mondo il giornalismo culturale riconosce il primato all’Italia

C’è da dire con piacere che il nostro paese ha avuto un ruolo centrale nella storia del giornalismo culturale, la terza pagina come motore di cambiamento è stata inventata da noi esattamente il 10 dicembre 1901, ricorda Zanchini, quando il Giornale d’Italia dedicata tutta una pagina alla prima teatrale di Francesca da Rimini di Gabriele d’Annunzio. Da quel giorno nasce uno spazio giornalistico per la critica letteraria. Il Corriere della Sera qualche anno dopo seguirà quell’esempio, facendo curare la sezione da alcuni grandi letterati del tempo. Poi così via a seguire fecero gli altri quotidiani, con indirizzi diversi ma sempre seguendo rotte culturali elevate.

Ma oggi non si torna indietro: serve convergere

Facendo un salto verso la fine del libro (non sveliamo tutto per lasciare il piacere di leggerlo) arriviamo alla rivoluzione digitale e al panorama attuale. Democratizzazione della cultura, dicevamo sopra, tutti possono esprimersi, creare un’opera, recensire un libro, commentare in modo pubblico un fatto. È un bene? Un male? La cultura, il giornalismo ci hanno perso o guadagnato? Zanchini non vuole trarre conclusioni del tipo sì, no. La realtà cambia, il giornalismo cartaceo è stato stravolto dal digitale, la radio tradizionale è stata sorpassata dai podcast. E che si fa? Meglio aprirsi al cambiamento, capirlo, integrarlo. Meglio convergere. La cultura è convergente, niente più distinzione tra main stream e media alternativi. I giornalisti della radio tradizionale ora fanno anche podcast, così come i chi fa podcast partecipa anche alle dirette radio. È finita la diffidenza, di mezzo c’è stata l’era post moderna. Buona cultura a tutti!

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