Covid19, come siamo cambiati nel corso dell’epidemia?
Uno studio del Cnr l Cnr, in collaborazione con Ingv e Fondazione Movimento Bambino Onlus, ha messo in evidenza alcuni particolari aspetti della nostra nuova vita al tempo del Covid19
Come sarà l’umanità alla fine dell’epidemia Coronavirus? Difficile prevederlo. Qual che è certo è che il Covid19 ha sicuramente cambiato il nostro presente.
Diversi studi e analisi condotti in queste settimane mostrano cosa è avvenuto nelle nostre vite in queste settimane di lockdown. In uno di questi, il Cnr, in collaborazione con l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e la Fondazione Movimento Bambino Onlus, ha messo in evidenza alcuni particolari aspetti della nostra nuova vita al tempo della pandemia.
Nuova routine e vecchi stereotipi
Il distanziamento sociale sta producendo una parziale rimodulazione dell’uso del tempo libero. Tra le principali attività svolte in questi giorni spicca la lettura di libri. Nelle dinamiche domestiche tornano evidenti alcuni stereotipi che sembravano superati: in molti (il 27% delle donne e il 37% degli uomini) sostengono che questo momento offra alla donna la possibilità di “riacquistare il suo ruolo naturale di madre e moglie”.

Sul web, tra buone pratiche e complotti
La dieta mediatica degli italiani durante l’epidemia si compone quasi completamente di Tv e Internet. Molti sono consci del fatto che non tutte le informazioni che circolano sono da considerare attendibili e per questo, l’80% prestano particolare attenzione a ciò che leggono, soprattutto sul web. Anche in ambito social, si ha molta cura di ciò che si scrive (94%) controllando immagini e testi prima di condividerli (88%).
La “teoria del complotto” fa però da contraltare. Circa 4 soggetti su 10 ritengono che il web offra ciò che i notiziari nascondono deliberatamente, lo pensano prevalentemente i maschi (45% contro il 37% delle donne) e le persone con titolo di studio medio-basso (42% contro 32%).
Iperconnessione: dal reale nel virtuale
Rispetto all’uso dei social media si assistendo per almeno 4 soggetti su 10 a un raddoppio del tempo di utilizzo (fino a 60 minuti, 21,5%; da 1 a 3 ore, 42,1%; oltre 3 ore, 33,7%). Tutti, indipendentemente dall’età, trascorrono in questo momento più tempo sui social: leggermente di più le donne, chi vive nel Mezzogiorno e chi non ha figli.
L’immersione di massa nel digitale, l’implicita legittimazione della trasposizione del reale sul virtuale, soprattutto in ambito didattico e ludico per i più giovani, sta generando un’iperconnessione che potrà divenire un fattore patologico (è stato rilevato tra i minori di 12 anni un abuso di internet per gioco e comunicazione, pari al 33,5% e al 19,2%).
Le emozioni primarie
All’aumento di tempo passato sui social si lega un incremento di emozioni e stati negativi quali rabbia, disgusto, paura, ansia e tristezza. Parallelamente, si evidenzia una diminuzione di felicità e rilassamento.
Tra le emozioni primarie, le maggiormente percepite in conseguenza del distanziamento sociale sono tristezza, paura, ansia e rabbia. La felicità ottiene il punteggio più basso. Le donne provano le stesse emozioni degli uomini, ma con maggiore intensità.
Fiducia e resilienza
Scienziati, protezione civile, forze dell’ordine e la sanità sono i soggetti verso i quali gli italiani ripongono maggiormente la loro fiducia. I più bassi livelli vengono invece attribuiti a politici, banche, informazioni diffuse sui social e Unione Europea (l’unica ad aver registrato un calo). Discorso a parte per le singole figure istituzionali: il presidente della Repubblica, del Consiglio e il Papa, godono di un’elevata quota di fiducia.
Rispetto alla resilienza, i dati evidenziano una capacità maggiormente focalizzata sulle emozioni positive (più gli uomini) e un po’ meno orientata al compito (più le donne). La resilienza cresce con il livello di istruzione e l’età, la fascia 50-69enne è la più orientata al problema. Rispetto all’indicatore emozioni positive, il Nord ottiene il punteggio più alto e il Mezzogiorno il più basso.

