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Le tendenze del mercato biologico nel primo trimestre 2021

Ci sono due settori che alimentano oggi le vendite del biologico: l’online e i discount. Mentre vanno giù le vendite nel libero servizio e nei canali iper e supermercati, gli ultimi dati disponibili dicono che la crescita del biologico si consolida soprattutto per le vendite nel discount e via eCommerce.

Nel primo trimestre 2021 i prodotti biologici crescono dello 0,9% a valore rispetto allo stesso periodo del 2020. La crescita è del 10,5% nei discount e del 79% nell’eCommerce. Il bio si compra sempre più spesso online.

Sono i dati diffusi da Assobio, l’associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione dei prodotti biologici e naturali.

 

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Biologico primo trimestre 2021. Assobio 2021

 

Assobio: si consolida l’incremento dei consumi

«Il momento del comparto è favorevole, si consolida l’incremento dei consumi registrato un anno fa, quando ebbe punte del +20% a marzo-aprile, grazie a una crescita a valore tendenziale dello 0,9% nel primo trimestre 2021. Tra i canali di distribuzione, la spesa online aggiunge un +79% rispetto a un anno fa (+150% in tutto il 2020) e i discount crescono del 10,5% (dati Nielsen)».

Complessivamente il peso del biologico sul totale alimentare è del 3,2%.

In realtà nei primi tre mesi dell’anno c’è un rallentamento della crescita del biologico (mentre continua la crescita, come detto, nei discount e nell’ecommerce). La spiegazione: «Sul trend incidono le minori vendite di quei prodotti di base che nello stesso periodo dello scorso anno, causa inizio pandemia, erano stati oggetto di un forte stoccaggio».

Interessante è l’andamento dei comparti top e bottom del biologico. Chi sale e chi scende, insomma.

Segno più allora per fuori pasto salati, preparati per bevande calde e vino, pane e sostitutivi del pane, prodotti da forno e cereali, gastronomia vegetale. In fondo alla classifica con tendenza in discesa ci sono invece ingredienti base, uova fresche, spalmabili dolci, pasta, formaggi e derivati del pomodoro.

 

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Bio top e bottom, Assobio 2021

 

Biologico e mercato italiano

«Una grande stagione di rinnovamento culturale, per una reale transizione ecologica nello spirito europeo del Green Deal e del Recovery fund, passerà solo da una maggiore consapevolezza nelle scelte alimentari dei consumatori, a favore di prodotti rispettosi dell’ambiente, della salute e del lavoro dell’uomo».

Così Assobio che sottolinea però le contraddizioni del mercato italiano. L’Italia ha una delle maggiori quote di superficie agricola coltivata a biologico in Europa ma, dice la sigla, la spesa procapite (prima della pandemia) era di 60 euro all’anno, contro i 144 in Germania, 174 in Francia, 338 in Svizzera e 344 in Danimarca (dati Fibl & Ifoam, 2021).

Questo nonostante l’Italia sia anche il primo paese in Europa e secondo al mondo nell’esportazione di prodotti biologici, con oltre 2,6 miliardi di euro, circa il 6% di tutto l’export agroalimentare nazionale.

 

La ricetta di Assobio per il biologico

 «I dati dimostrano che il biologico non è una nicchia e il potenziale per un aumento dei consumi interni c’è – dice Roberto Zanoni, presidente di Assobio – Va comunicato il suo valore reale. Da un lato il Governo dovrebbe investire in formazione nelle scuole e nella ricerca universitaria, con master e corsi di laurea in agricoltura biologica, per ripensare in chiave nuova il mondo della formazione. Dall’altro lato, si dovrebbe creare maggiore consapevolezza nel consumatore e avviare economie di scala, favorendo il passaggio ad un’autentica agriecologia e ad una maggiore competitività del comparto».

La ricetta di Assobio per lo sviluppo del biologico comprende promozione della tracciabilità, valorizzazione dei loghi di qualità europea in etichetta, comunicazione. E innovazione digitale attraverso una «piattaforma di tracciamento validata dal ministero delle Politiche agricole, che dovrà essere utilizzata da tutti, produttori e operatori del biologico, dal campo alla tavola».

Una marcia in più verrebbe inoltre, dice Assobio, dal taglio dell’Iva sull’ortofrutta bio e dal credito d’imposta sui costi di certificazione.

Per la sigla andrebbero infatti alleggeriti i costi di certificazione biologica.

«Tale onere si riverbera su produttori, trasformatori e distributori, fino al prezzo finale: virtuosi e tassati, insomma – dice Zanoni – Riconoscere a questi operatori un credito di imposta, oltre a favorire la conversione delle superfici, aiuterebbe anche i consumi, insieme a un auspicabile taglio dell’Iva sui prodotti dell’ortofrutta biologica: la strategia ‘Farm to fork’ prevede infatti che tutti gli europei possano contare su alimenti sani, economicamente accessibili e sostenibili».

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