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Guerra in Ucraina, prezzi del cibo e transizione ecologica, l'analisi di Terra!

Prezzo del cibo e guerra in Ucraina, si rischia una “spallata alla transizione ecologica”

Dalla guerra in Ucraina e dalla crisi del prezzo del cibo rischia di arrivare una “spallata alla transizione ecologica”, denuncia l’associazione Terra! che analizza il legame fra rincari nei prezzi di grano e mais, conflitto armato, crisi climatica e politiche di risposta finora adottate

Dalla guerra in Ucraina e dalla crisi del prezzo del cibo rischia di arrivare una «spallata alla transizione ecologica». I prezzi delle materie prime sono già aumentate e la guerra rischia di innescare un effetto domino che destabilizza il mercato. In realtà ci sono quattro crisi che si stanno sovrapponendo: clima, pandemia, rincari dell’energia e guerra. E queste creano un effetto a catena sulla filiera internazionale del cibo, con prezzi già in rialzo e per motivi diversi.

A fare un’analisi del legame fra prezzo del cibo, guerra in Ucraina e transizione ecologica è l’associazione Terra! che non lesina parole critiche nei confronti della scelta che si sta profilando, quella di rendere i mercati meno dipendenti dalle importazioni e più protetti dalle turbolenze del mercato. Questo perché il rischio che viene visto è che il tutto si attui attraverso una retromarcia sulla transizione ecologica e sulle politiche europee, dal Green Deal alla Farm to Fork Strategy.

Clima, pandemia, energia e guerra: quattro crisi tutte insieme

«L’emergenza climatica, la pandemia, il caro energia e ora la guerra in Ucraina. Quattro crisi sovrapposte stanno generando effetti a catena sulle filiere internazionali delle materie prime alla base del sistema agroindustriale – scrive Terra! – Negli ultimi mesi abbiamo visto i prezzi del gas crescere a dismisura, intere catene di approvvigionamento spezzarsi sotto l’urto del Covid, i prezzi del grano e di altre commodities schizzare alle stelle per il combinato disposto di cambiamento climatico, speculazioni di borsa e conflitto in Ucraina».

Il rischio di fermare la transizione ecologica

La transizione ecologica dovrebbe essere parte della risposta sulla filiera alimentare ed energetica ma la direzione che sembra intrapresa dalle prime dichiarazioni politiche e istituzionali sembra quella di una riconsiderazione di determinati vincoli e obiettivi, specialmente quelli collegati alla sicurezza alimentare e i vincoli ambientali, quali la riduzione di pesticidi e fertilizzanti chimici, l’aumento dell’agricoltura biologica e delle quote di superficie agricola da tenere “a riposo”.

«L’incubo della guerra – dice l’associazione Terra! – viene dunque strumentalizzato per cavalcare il clima di angoscia e preoccupazione che ci attanaglia, con lo scopo di ottenere un allentamento delle normative ambientali in vigore nel vecchio continente e sfruttarne il territorio per proseguire con una produzione agricola industriale basata su energie fossili, fertilizzanti chimici, monocolture standardizzate e allevamenti intensivi. È un tentativo di approfittare del momento per dare una spallata alla transizione ecologica, non per accoglierla e promuoverla».

 

Rincari del grano, Ismea: "Non tutto è riconducibile direttamente alla guerra"
Rincari del grano, Ismea: “Non tutto è riconducibile direttamente alla guerra”

 

Grano, mais e olio di girasole: cosa sta succedendo

Analizzando il legame fra aumento dei prezzi del cibo e ruolo della guerra in Ucraina, Terra! riprende lo studio diffuso qualche giorno fa da Ismea per mettere a fuoco le cause del picco dei prezzi di grano, mais, fertilizzanti e altri prodotti scambiati sul mercato internazionale.

Secondo Ismea, «lo scoppio del conflitto si è innanzitutto inserito in un contesto di tensioni sui mercati dei cereali come non si vedeva dalla precedente crisi dei prezzi del 2007-2008. Tensioni scatenate da un insieme di fattori di tipo congiunturale, geopolitico e non ultimo speculativo, che rendono l’Italia particolarmente vulnerabile in ragione dell’alto grado di dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti di grano e mais».

«Frumento tenero, frumento duro e mais hanno raggiunto in Italia e all’estero quotazioni mai toccate prima, mentre il mercato dei futures alla borsa di Chicago manifesta una fortissima volatilità. Non tutto è però riconducibile direttamente alla guerra e soprattutto le dinamiche alla base della fiammata variano da prodotto a prodotto».

Grano duro (l’ingrediente base della pasta), grano tenero (con cui si fa il pane) e mais (con cui si alimentano gli animali negli allevamenti) hanno raggiunto prezzi senza precedenti, superando addirittura i picchi raggiunti nella crisi del 2008.

Grano duro e grano tenero

«Il grano duro ha raggiunto in Italia il suo prezzo massimo a dicembre 2021, e in questo caso a pesare sull’instabilità dei mercati è soprattutto il vuoto d’offerta che si è creato dopo il crollo dei raccolti in Canada (-60%), principale esportatore mondiale e il calo di altri importanti Paesi produttori – spiega Ismea – Nelle forniture globali di grano duro, il ruolo dei Paesi direttamente coinvolti dal conflitto oppure rientranti geograficamente o politicamente nell’orbita russa è praticamente inesistente, essendo la produzione concentrata soprattutto in Europa, Canada, Usa, Turchia e Algeria».

La produzione canadese è crollata per la prolungata siccità. E il problema è che l’Italia dipende dalle importazioni di grano duro.

«Diverso è il caso del frumento tenero, dove la quota russa e ucraina sulla produzione mondiale arriva al 14% (16% se consideriamo anche il Kazakistan), e la situazione di instabilità si sta riverberando in maniera decisa sulle principali piazze di scambio internazionali e sui mercati dei futures. Tuttavia, il peso dell’export di frumento tenero russo e ucraino incide sulle importazioni italiane del prodotto solo per il 6% in volume nel 2020».

In questo caso il grano tenero è un tallone d’Achille ma le importazioni italiane dipendono solo per il 6% dal grano tenero prodotto in Ucraina e Russia. Il boom dei prezzi è legato più a speculazione finanziaria.

 

campo di girasole
Olio di girasole, scorte a rischio nell’arco di un mese

 

Mais e olio di girasole

Per il mais, poco più della metà di quello utilizzato è prodotto sul territorio nazionale. Va detto, scrive Terra!, che dall’Ucraina acquistiamo soltanto il 13% delle nostre importazioni di mais e che i forti rincari sono iniziati mesi fa con la ripresa della domanda cinese a seguito dell’epidemia di peste suina.

«La vera esposizione dell’Italia con l’Ucraina è sull’olio di girasole, impiegato nella produzione di conserve, salse, maionese e altri prodotti destinati alla grande distribuzione – spiega ancora Terra! –  Inoltre, i ristoranti lo utilizzano in grandi quantità per le fritture. Più di un terzo del nostro consumo annuo (770 mila tonnellate nel 2021 secondo ASSITOL) è coperto dalla produzione del paese est europeo. Da noi se ne producono 250 mila tonnellate, quello che rimane viene da fuori, il 63% proprio da Kiev (circa 330 mila tonnellate)».

L’effetto domino della guerra

A questo va aggiunto l’aumento dei costi di trasporto, il rincaro dell’energia, l’effetto domino legato anche al blocco dei porti, delle vie marittime e degli scambi economici. Al netto della speculazione, del rimbalzo della domanda post pandemia, del picco dell’energia, di certo la guerra in Ucraina contribuisce a rendere instabile il mercato internazionale.

La situazione potrebbe peggiorare e fra le aree mondiali più esposte ci sono il Medio Oriente e il Nord Africa, perché Ucraina e Russia esportano il 30% del grano tenero mondiale. E Libano, Egitto, Tunisia, Yemen ed Etiopia coprono con la produzione russa e ucraina dal 40 al 95% delle loro importazioni, dice Terra!.

Crisi e guerra, denuncia l’associazione, diventano «un pretesto per rimettere in discussione l’impianto normativo europeo in campo climatico e ambientale».

Terra! ricorda le dichiarazioni rilasciate in Italia dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi alla trasmissione Mezz’ora in più domenica scorsa. Per Bonomi, di fronte ai potenziali impatti di questo conflitto “bisogna essere realisti, allungare i tempi e spostare gli obiettivi della transizione ecologica”.

Sovranità alimentare, il vero significato

L’agroindustria in tutto questo, dice l’analisi dell’associazione, si sta anche appropriando di parole e concetti propri dei movimenti contadini come quello di sovranità alimentare. Non significa coltivare tutto il coltivabile con monocolture destinate agli allevamenti intensivi.

Sovranità alimentare è «la proposta di un’agricoltura ecologica, su scala più ridotta, diversificata e orientata al mercato locale. Un settore agricolo così composto, votato fra l’altro alla produzione di cibo più che di mangimi (che invece occupano quasi tre quarti della superficie agricole europea), sarebbe più resistente agli shock e meno esposto ai picchi di prezzo, più sostenibile e a maggiore intensità di lavoro».

Non è insomma “vera” sovranità alimentare quella paventata di fronte alla crisi del cibo, che la guerra in Ucraina renderà ancora più acuta.

La sovranità alimentare è infatti il diritto dei popoli e dei paesi di definire la propria politica agricola e alimentare, significa dare la priorità alla produzione agricola locale per nutrire le persone, accesso dei contadini e dei senza terra alla terra, all’acqua, ai semi e al credito. Significa riforme agrarie, lotta agli Ogm, libero accesso alle sementi e salvaguardia dell’acqua. È il diritto dei contadini a produrre cibo e il diritto dei consumatori a poter decidere cosa consumano, come e da chi viene prodotto. Ed è il diritto dei paesi di proteggersi da importazioni agricole e alimentari a prezzi troppo bassi.

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