Rincari del grano, Ismea: "Non tutto è riconducibile direttamente alla guerra"

Rincari del grano, Ismea: "Non tutto è riconducibile direttamente alla guerra"

L’agroalimentare italiano deve fare i conti non solo con l’incremento dei costi di produzione ma anche con il conflitto apertosi tra Russia e Ucraina. Secondo un’analisi Ismea grano tenero, grano duro e mais hanno raggiunto in Italia e all’estero quotazioni mai toccate prima. Tuttavia – sottolinea – “non tutto è riconducibile direttamente alla guerra e soprattutto le dinamiche alla base della fiammata variano da prodotto a prodotto”.

Rincari del grano, quali sono le cause?

Il grano duro, ad esempio, ha raggiunto in Italia il suo prezzo massimo a dicembre 2021, e in questo caso – spiega l’Ismea – a pesare sull’instabilità dei mercati è soprattutto il vuoto d’offerta che si è creato dopo il crollo dei raccolti in Canada (-60%), principale esportatore mondiale e il calo di altri importanti Paesi produttori.

“Nelle forniture globali di grano duro, il ruolo dei Paesi direttamente coinvolti dal conflitto oppure rientranti geograficamente o politicamente nell’orbita russa è praticamente inesistente – prosegue – essendo la produzione concentrata soprattutto in Europa, Canada, Usa, Turchia e Algeria”.

Dati, questi, che confermerebbero le tesi dell’Unione Nazionale Consumatori, secondo cui è ancora troppo presto per parlare di rincari dovuti alla guerra. Per questo motivo l’associazione chiede a produttori e distributori di pasta di non speculare, annunciando fin da ora che denuncerà all’Antitrust ogni ricarico anomalo.

“Ismea ha pubblicato un interessante dossier sulle possibili conseguenze che possono derivare dalla guerra in Ucraina per il settore agroalimentare che conferma le nostre tesi e smentisce i gufi che stanno già gridando al rialzo dei prezzi di alcuni beni per via della guerra, come se i  rincari delle quotazioni delle materie prime potessero trasferirsi all’istante sui prezzi dei prodotti finali trasformati”, afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

 

rincari grano

 

UNC ricorda, quindi, che la pasta è diventata più cara in un anno del 12,5% (da gennaio 2021 a gennaio 2022) ed è destinata a salire ulteriormente nel mese di febbraio, come attestano le anticipazioni provvisorie dell’Istat (pasta e couscous, che oltre alla pasta fresca e secca include i preparati di pasta, segna un’inflazione tendenziale a febbraio pari a +11,7%, contro un +9,3% di gennaio), ma – sottolinea – “per colpa delle mancate importazioni dal Canada (-59,6%) e poi dagli Stati Uniti, (-46,1%) che hanno avuto cattivi raccolti, non certo per la Russia o l’Ucraina”.

“Inoltre – prosegue Dona – va ricordato che la materia prima incide per meno del 25 sul prezzo finale di vendita. Questo vuol dire, ad esempio, che per avere un aumento della pasta del 20 o del 30%, il prezzo del grano dovrebbe salire, rispettivamente, dell’80 e del 120%”.

Il frumento tenero

Diverso è il caso del frumento tenero – prosegue l’analisi Ismea – dove la quota russa e ucraina sulla produzione mondiale arriva al 14% (16% se consideriamo anche il Kazakistan), e la situazione di instabilità si sta riverberando in maniera decisa sulle principali piazze di scambio internazionali e sui mercati dei futures. Tuttavia, il peso dell’export di frumento tenero russo e ucraino incide sulle importazioni italiane del prodotto solo per il 6% in volume nel 2020”.

Va un po’ meno bene per il pane, che dipende dal frumento tenero – commenta, quindi, Dona – ma oggi Ismea ci conferma che, rispetto al nostro import totale nazionale, l’Ucraina ci fornisce una quota del 5%, la Russia dell’1%. Quote definite marginali. Inoltre, visto che la materia prima incide per circa il 10% sul prezzo finale, vuol dire che servirebbe un aumento del 30% per avere un rincaro del 3%. Il pane, infine, è già salito a febbraio del 4,9%, sommando fresco e confezionato, quindi ulteriori ritocchi nei prossimi mesi potrebbero esserci, ma contenuti e per via dei rincari dei prezzi energetici”.

“La guerra, insomma – conclude Dona – non deve diventare una scusa per svuotare ulteriormente le tasche degli italiani, che non possono svenarsi per acquistare un prodotto base della nostra alimentazione quotidiana”.


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