Colori e persone di Slow Fish 2021 Alessandro Vargiu / Archivio Slow Food

Colori e persone di Slow Fish 2021 Alessandro Vargiu / Archivio Slow Food

Si è chiusa ieri Slow Fish, la manifestazione organizzata da Slow Food e Regione Liguria. Un viaggio attraverso il centro storico di Genova, tra incontri, percorsi di educazione, degustazioni e consigli per acquisti consapevoli.

Dopo 16 mesi di limitazioni e di conferenze online, i quattro giorni in presenza a Slow Fish hanno permesso a enti locali e produttori di confrontarsi su iniziative comuni, come i due progetti in Campania e Puglia che vedono l’utilizzo di Mater-Bi per le retine di allevamento delle cozze. Stesso sentimento anche per i Mercati della Terra, che hanno riunito produttori dell’entroterra Ligure, del Piemonte, della Toscana e della Lombardia.

Slow fish, un focus sul pesce surgelato

Slow Fish quest’anno è ripartito dal tonno in scatola e dal pesce surgelato.

Secondo il rapporto Ismea Consumi ittici a più di un anno dall’inizio dell’emergenza Covid-19, infatti, in piena pandemia – e quindi  nel trimestre marzo-maggio 2020 – “i primi comparti a registrare un incremento sostenuto delle vendite sono stati quello delle uova, delle farine, dei surgelati, del tonno e dei salumi confezionati (con incrementi superiori al 20%)”.

Il fresco ha continuato a rappresentare quasi il 50% della spesa totale destinata al pesce ma, tra quelli del mercato ittico, è stato il comparto a essere cresciuto meno (+2,8% rispetto al 2019). Il pesce surgelato, al contrario, è cresciuto con percentuali a doppia cifra (+18,7% quello confezionato, +11,6% quello sfuso), mentre il conservato (che conta per circa il 22% del totale), come il famigerato tonno in scatola, è cresciuto del 5,3%.

Dal rapporto Ismea emergono anche i trend relativi ai primi mesi del 2021, da cui risulta che i prodotti surgelati e le conserve ittiche, dopo l’aumento degli scorsi dodici mesi, stanno tornando ai livelli del 2019.

I surgelati però – ha sottolineato la nota di Slow Fish – presentano problemi legati alla sostenibilità.

«Questi prodotti ittici – ha spiegato Roberto Di Lernia, biologo della rete Slow Food Milano e cofondatore del progetto Blue Food: Green Future – arrivano sempre da molto lontano. Il pescato viene congelato a bordo, poi trasportato nei luoghi di confezionamento e infine nei singoli punti vendita. L’impatto di questo tipo di prodotto è quindi molto ingente sia in termini energetici, per la produzione di CO2, sia in termini di sostenibilità dei metodi di pesca, che risultano difficilmente controllabili, nonostante le certificazioni di qualità apposte sulle confezioni. Anche le condizioni di lavoro degli impiegati lungo la filiera restano un punto oscuro».

 

Colori e persone di Slow Fish 2021 Alessandro Vargiu / Archivio Slow Food
Colori e persone di Slow Fish 2021
Alessandro Vargiu / Archivio Slow Food

 

L’appello: salviamo i mari dalla plastica

“Il 3 luglio, sarebbe dovuta entrare in vigore la direttiva UE sulla plastica monouso, ma l’italia è in ritardo e il rischio è quello di creare ancora più confusione”, questo il commento di Slow fish in merito alla notizia sull’entrata in vigore delle norme europee che vietano l’immissione nel mercato di prodotti di plastica monouso, come bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande, prodotti in polistirene espanso e tutti i prodotti in plastica oxo-degradabile.

Più dell’80% dei rifiuti marini è costituito da prodotti plastici e di questi solo una piccolissima percentuale è visibile lungo le nostre spiagge. Secondo lo studio The Mediterranean: Mare plasticum dell’International Union for Conservation of Nature and Natural Resources (IUCN), questo pericolo è particolarmente grave nelle acque del Mediterraneo. Qui, infatti, la plastica totale accumulata è stimata nell’ordine di grandezza di 1.178.000 tonnellate.

Lo studio stima una dispersione di plastica annuale media di 229.000 tonnellate: al 94% si tratta di macroplastiche e al 6% di microplastiche.

La nota di Slow Fish spiega, dunque, quali sono i tre principali nodi da sciogliere sull’entrata in vigore delle norme UE:

  • la direttiva prevede che quanto già prodotto vada in esaurimento (chissà per quanti anni ne avremo ancora).
  • In Italia, al momento, esiste solamente una bozza di decreto legge di recepimento, che non è stata messa in calendario del Consiglio dei Ministri.
  • Inoltre sono già in atto trattative tra gli stati membri e la Commissione europea per attenuare gli effetti della direttiva sul comparto industriale, fortissimo soprattutto in Italia e Spagna.

A questi si aggiunge il problema dei prodotti usa e getta in bioplastica, considerata dalla direttiva europea alla stessa stregua delle plastiche tradizionali, nonostante le bioplastiche utilizzate per piatti e bicchieri, ad esempio, siano biodegradabili e compostabili.

“Al momento la confusione regna sovrana – ha evidenziato Andrea Di Stefano di Novamont. – Purtroppo la direttiva è nata all’insegna della fretta e della scarsa attenzione all’innovazione. Il target principale nel monouso dovrebbe essere quello della riduzione del consumo, indipendentemente dal materiale. L’auspicio è che l’Italia scelga di abbinare, a obiettivi ambiziosi di riduzione, prodotti compostabili rigorosamente certificati”.

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