In Italia la grande maggioranza delle vacche sono allevate in stalla, senza avere mai accesso al pascolo. Questo vale anche per le eccellenze del Made in Italy e persino per una parte dei prodotti certificati “bio”.

Anche le vacche allevate per produrre le eccellenze italiane come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano vivono esclusivamente nelle stalle e purtroppo, così come dal Presidente di Federbio Paolo Carnemolla, persino le vacche allevate in sistemi biologici non hanno sempre l’accesso al pascolo garantito.

La Pianura Padana è l’area a maggiore vocazione per l’allevamento intensivo, con una densità di animali che è ai primi posti nel mondo. Questo ha avuto impatti molto negativi sull’ambiente: l’azoto proveniente dalle deiezioni finisce nelle acque del Po e provoca fenomeni di fioriture algali e di mancanza di ossigeno nell’acqua, fino al delta del fiume.

Sempre nella stessa zona, desta forte preoccupazione l’inquinamento da pesticidi: nel 2014 il monitoraggio nel bacino del Po ha riguardato 570 punti delle acque superficiali e 1035 delle acque sotterranee. Pesticidi sono stati trovati in oltre il 70% dei punti nelle acque superficiali (per il 32,6% superiori ai limiti di legge) e in oltre il quaranta per cento dei siti nelle acque sotterranee (per l’8,7% superiori ai limiti).

Un altro modo di allevare è però possibile: un equilibrio naturale in cui il pascolo garantisce una buona qualità di vita agli animali, un prodotto alimentare di qualità migliore e contemporaneamente contribuisce a mantenere vivi gli ecosistemi, sostenendo la biodiversità.

Secondo CIWF, i consumatori hanno il diritto di poter conoscere il metodo di allevamento dei diversi prodotti di origine animale. In questo senso, per i prodotti lattiero caseari, in Italia, non esiste nessun tipo di etichettatura, né obbligatoria, né volontaria. Per questo CIWF chiede al Ministro dell’Agricoltura che sia resa disponibile al più presto un’etichettatura secondo il metodo di allevamento per questo tipo di prodotti.

L’allevamento delle vacche da latte in Italia è a carattere spaventosamente intensivo”, dichiara Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus, “Questi animali, oramai trasformati in macchine da produzione, non potranno mai toccare un filo d’erba in tutta la loro breve vita. È ora che anche in Italia sia data ai consumatori un’etichettatura secondo il metodo di produzione dei prodotti lattiero caseari, che renda facilmente riconoscibile i prodotti da vacche veramente allevate all’aperto, darà ai consumatori chiarezza su come hanno vissuto gli animali e soprattutto la possibilità di scegliere”.

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