Dal 20 al 25 settembre, Milano è la capitale italiana della moda. Tra eventi, sfilate e nuove tendenze, la Fashion Week porta alla ribalta un modello di produzione ancora fortemente incentrato sull’usa e getta” che poco ha assorbito degli influssi dell’economia circolare. La denuncia è stata lanciata da Greenpeace che, in occasione della settimana milanese della moda, ha presentato il nuovo rapporto “Fashion at the crossroads”.

L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100 per cento è una chimera”, afferma Chiara Campione, Senior Corporate Strategist di Greenpeace Italia.

Il rapporto dell’associazione ambientalista raccoglie quasi 400 esempi di alternative al modello corrente di industria della moda che consuma troppe risorse: una rassegna di soluzioni già praticate che, messe insieme in un quadro coerente, aiutano a disegnare scenari più sostenibili.

In questa ricerca Greenpeace identifica e valuta le iniziative già in atto da parte di aziende di abbigliamento e delle calzature volte sia a rallentare il flusso di materiali utilizzati nella produzione di capi di abbigliamento che a chiudere il ciclo dei prodotti a fine vita. Le diverse strategie messe in atto nel settore dell’abbigliamento, delle scarpe e degli accessori, sono state classificate in cinque categorie principali.

Si parte dal design che deve essere migliorato al fine di allungare il ciclo di vita dei prodotti. Da questo primo step dipende anche la riduzione dell’impatto ambientale della produzione di abiti e accessori e, altro punto fondamentale, la capacità di riuso e riciclo dei prodotti tessili.

Per completare la catena della circolarità della produzione, occorre pensare di introdurre programmi di ritiro degli abiti usati nel negozio e tecnologie per il riciclo. Ma perché tutto funzioni servono modelli di business alternativi: un percorso verso la moda slow che non comporta compromessi di natura etica, sociale o ambientale e si allontana dal fast fashion e dal consumo eccessivo di capi d’abbigliamento che hanno un impatto ambientale non sostenibile.

Il nostro scopo è fornire una risposta critica all’economia circolare così come propagandata dai grandi marchi della moda. Il Pulse report, recentemente presentato al Copenhagen Fashion Summit, prefigura un futuro “circolare” nel quale il settore sarà ancora più dipendente dall’inquinante poliestere, senza affrontare il nodo del consumo eccessivo di capi d’abbigliamento e del conseguente calo della loro qualità e durata” spiega Campione.

Necessaria, secondo l’associazione, è anche l’adozione di una normativa sulla responsabilità delle aziende che preveda il ritiro obbligatorio dei prodotti a fine vita, per evitare che finiscano in discarica o all’inceneritore, e che premi chi si impegna sul fronte della riduzione dell’impatto ambientale del prodotto.

Da sei anni Greenpeace porta avanti la campagna Detox per l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dal tessile. Finora hanno aderito 80 marchi internazionali – tra i quali più di 50 realtà tessili italiane – che rappresentano il 15 per cento della produzione tessile globale in termini di fatturato. L’associazione sostiene che questo importante risultato rischia di essere rovinato da una “economia circolare” ancora immatura in cui la produzione tessile globale continua a crescere esponenzialmente e il riciclo avviene prima di aver eliminato le sostanze chimiche pericolose.

 

Notizia pubblicata il 18/09/2017 ore 17.38


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