Il nostro sciopero per continuare a essere liberi
HC oggi non esce sul web. Partecipiamo tutti uniti e compatti, direzione e redazione, alla Giornata del silenzio indetta dalla FNSI per protesta contro il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche. Mai nella storia della Repubblica un governo e una maggioranza avevano osato attaccare così beceramente la libertà d’informazione. Magari le censure negli anni ’50-’60 sceglievano metodi più soft o e informali, come le telefonate-pressioni ai direttori o le "promozioni-rimozioni" di giornalisti scomodi.
Ma dopo l’esplosione della stagione dei diritti, iniziata con le rivendicazioni del ’68 e sviluppatasi soprattutto negli anni ’70, tradottasi anche nella "controinformazione" e poi nella liberalizzazione dell’etere con l’entrata in campo delle radio e tv private, nessuno avrebbe mai immaginato che in un Paese democratico un presidente del Consiglio, padrone dell’informazione televisiva, avrebbe osato attentare al diritto all’informazione, per evitare che i cittadini sapessero delle sue squallide serate con compagnie prezzolate o degli affari inconfessabili delle cricche arricchitesi sotto la "protezione" civile…
”La libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette, e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione”. Lo ha affermato solennemente il presidente dell’Autorità per le comunicazioni Corrado Calabrò illustrando la Relazione annuale. Lo ha ribadito più volte il Presidente della Repubblica.
Non lo capiscono invece i politici sul libro paga del padre-padrone, che ripetono come un disco rotto sempre la stessa solfa della "tutela della privacy" quando lo stesso Garante prof. Pizzetti ha preso posizione in senso contrario. Non lo capisce qualche direttore di Tg che fa tacere il suo notiziario o trasforma una condanna a 7 anni in assoluzione o derubrica gli scontri dei terremotati de L’Aquila a notizia secondaria da dare dopo 18 minuti e senza citazione nei titoli di testa, quando invece oggi apre molte prime pagine dei quotidiani. E non lo capiscono anche (purtroppo) parecchi giornalisti dello stesso Tg e della Rai che non riescono a mettere in campo azioni efficaci di "disobbedienza" civile e professionale, come si fa nei casi di emergenza e questo certamente lo è.
Lo sentono e lo vogliono invece tutti i cittadini e i giornalisti liberi che vogliono continuare ad esserlo. Noi siamo tra questi.
Di Antonio Longo

