Divario retributivo di genere, le proposte del Parlamento UE per la trasparenza salariale

Divario retributivo di genere, le proposte del Parlamento UE per la trasparenza salariale

Con l’approvazione del suo mandato negoziale approvato oggi, il Parlamento Europeo è pronto a avviare i negoziati con i governi UE sulla direttiva sulla trasparenza salariale. Il principio della parità di retribuzione è sancito dall’articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, tuttavia il divario retributivo di genere nell’UE continua ad attestarsi attorno al 14% nel 2019, con variazioni significative tra i Paesi UE, ed è diminuito solo in minima parte negli ultimi dieci anni.

Divario retributivo di genere, le proposte del Parlamento UE

In particolare – si legge nella nota del Parlamento UE – nel testo adottato i deputati affermano di voler abolire il segreto salariare nelle clausole contrattuali. Propongono, infatti – per le aziende UE con almeno 50 lavoratori – il divieto di condizioni contrattuali che impediscono ai lavoratori di divulgare informazioni sulla loro retribuzione, i quali dovrebbero, invece, divulgare ogni divario retributivo di genere esistente al loro interno.

Gli strumenti per la valutazione e il confronto dei livelli retributivi e i sistemi di classificazione professionale devono, inoltre, basarsi su criteri neutrali sotto il profilo del genere, dicono i deputati. E, se le informazioni sulle retribuzioni rivelano un divario retributivo pari o superiore il 2,5%, i datori di lavoro, in cooperazione con i rappresentanti dei lavoratori, dovrebbero condurre una valutazione delle retribuzioni ed elaborare un piano d’azione per garantire la parità.

Inoltre, i deputati chiedono alla Commissione di creare una denominazione ufficiale per le aziende che non presentano un divario retributivo di genere.

L’onere della prova

I deputati, infine, sostengono la proposta della Commissione di spostare l’onere della prova sulle questioni legate alla retribuzione al datore di lavoro. In caso di controversia tra lavoratore e datore di lavoro – spiega il Parlamento UE – la legislazione nazionale dovrebbe obbligare quest’ultimo a provare di non aver messo in atto una condotta discriminatoria.

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