Media e crisi climatica, studio Greenpeace: i giornali non ne escono bene (fonto foto: pixabay)

Come parlano i media italiani della crisi climatica? Poco e male, dice uno studio di Greenpeace in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, che punta il dito su come cinque grandi quotidiani trattino la crisi climatica

I grandi quotidiani italiani parlano poco e male della crisi climatica. La pubblicità delle aziende inquinanti trova spazio, la crisi climatica ne trova molto meno con articoli che non approfondiscono bene e inquadrano il tema soprattutto in una cornice economica. Media e crisi climatica, insomma, è un rapporto che deve ancora essere ben costruito.

«I principali quotidiani italiani pubblicano in media due articoli al giorno che accennano alla crisi climatica, ma gli articoli che trattano esplicitamente il problema sono appena la metà. Al contrario, viene dato ampio spazio alle pubblicità dell’industria dei combustibili fossili e delle aziende dell’automotive, aeree e crocieristiche, tra i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta: su Il Sole 24 Ore si contano più di cinque pubblicità di queste aziende inquinanti a settimana».

Media e crisi climatica, lo studio

È quanto evidenzia uno studio di Greenpeace in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, che punta il dito su come cinque grandi quotidiani trattino la crisi climatica. Sulle principali testate italiane, dice Greenpeace, «la crisi climatica trova ben poco spazio, contrariamente a quanto avviene per le pubblicità delle aziende inquinanti, che dimostrano invece di avere un ottimo ascendente sulla stampa».

Lo studio ha esaminato gli articoli pubblicati nei primi quattro mesi dell’anno (gennaio-aprile 2022) dai cinque quotidiani più diffusi: Corriere della Sera, la Repubblica, il Sole 24 Ore, Avvenire e La Stampa.

Fonte: Greenpeace 2022

Media e crisi climatica, i risultati del dossier

Nella maggior parte dei casi, gli argomenti trattati negli articoli esaminati (in tutto 528) sono originati da eventi di tipo economico o politico; si riferiscono a un contesto prevalentemente nazionale (nel coverage complessivo) o estero ed europeo (negli articoli con crisi climatica esplicita), raramente all’ambito locale; affrontano prevalentemente tre argomenti: la riduzione delle emissioni, la questione energetica e la crisi climatica in generale. E sono inquadrati in frame economici o politici.

Nel periodo gennaio-aprile 2022 non è stato osservato spazio per posizioni negazioniste.

Le cause della crisi climatica sono rese esplicite nel 22,5% degli articoli (in cui la crisi climatica è esplicita) e in 1 caso su 2 sono ricondotte a combustibili fossili o emissioni di CO2.

Le conseguenze della crisi climatica compaiono nel 29,3% degli articoli con crisi climatica esplicita e nella maggior parte dei casi sono conseguenze di natura ambientale (49,3%).

I soggetti del discorso sulla crisi climatica sono prevalentemente aziende (18,3%), esperti (14,3%) o associazioni ambientaliste (11,3%); se però si sommano tutte le 4 categorie dei soggetti politici (esteri/internazionali, europei, nazionali, locali) risulta evidente la loro netta prevalenza (30,8%). Le aziende sono dunque il soggetto che ha più voce e superano esperti e associazioni ambientaliste.

La crisi climatica è infine raccontata principalmente come un tema economico (45,3% degli articoli), quindi come un tema politico (25,2%) e solo in misura minore come un problema ambientale (13,4%) e sociale (11,4%).

Greenpeace vs l’influenza delle aziende inquinanti

Il giudizio di Greenpeace è molto duro: «Questo studio dimostra la pericolosa influenza esercitata dalle aziende inquinanti sulla stampa italiana, basti pensare che in quattro mesi, nei 528 articoli esaminati, le compagnie petrolifere sono indicate tra i responsabili della crisi climatica appena due volte! Grazie alle loro generose pubblicità, che spesso non sono altro che ingannevole greenwashing, le aziende del gas e del petrolio inquinano anche il dibattito pubblico e il sistema dell’informazione, impedendo a lettori e lettrici di conoscere la gravità dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo».

Nella valutazione dei quotidiani italiani, la ricerca ha analizzato anche se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. Questo parametro è stato valutato con un questionario inviato ai direttori, dice Greenpeace, cui ha risposto parzialmente solo Avvenire.

L’associazione traccia anche una sua classifica dei quotidiani analizzati, che chiama “classifica degli intrappolati” per denunciare la “dipendenza del giornalismo italiano dai finanziamenti delle aziende inquinanti”.

«Considerando la media dei cinque parametri, Avvenire raggiunge una risicata sufficienza (3 punti su 5), scarsi invece i punteggi di Corriere e Repubblica (2,2 su 5), mentre in fondo alla classifica si trovano La Stampa e Il Sole 24 Ore (2 su 5).  La classifica sarà aggiornata e pubblicata ogni quattro mesi e sarà seguita da un’analoga indagine sui telegiornali e sulle trasmissioni televisive di intrattenimento».

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