coronavirus isolamento sociale

Coronavirus, quali diritti per stranieri e senza fissa dimora?

Come possono “restare a casa” persone che una casa non ce l’hanno? Quale casa sicura può mai darsi per chi vive in strada e per i cittadini stranieri ammassati negli insediamenti informali che prosperano laddove serve manodopera per l’agricoltura, o nei centri di accoglienza che non garantiscono misure igieniche adeguate già in condizioni usuali, non di emergenza? È la domanda che sottende un’emergenza poco considerata nella pandemia da Covid-19: la condizione di grande fragilità in cui versa una parte consistente della popolazione, fatta da stranieri, richiedenti asilo, persone senza fissa dimora.

 

 

clochard
Covid-19 e senza fissa dimora

 

Emergenza Covid-19: l’impatto sui diritti di stranieri e senza fissa dimora

Ad accendere i riflettori sui diritti negati e sulle disuguaglianze sostanziali in epoca di pandemia è un insieme di associazioni che ha pubblicato e diffuso il documento “Emergenza Covid-19. L’impatto sui diritti delle/dei cittadine/i straniere/i e le misure di tutela necessarie: una prima ricognizione”.

«Nei periodi di crisi, gli effetti delle disuguaglianze formali e sostanziali diventano ancor più evidenti. Le note che seguono forniscono una prima panoramica sui diritti dei cittadini stranieri messi a rischio dall’emergenza COVID-19».

Così inizia il Documento sottoscritto da decine di associazioni per «spezzare il silenzio ed evidenziare le criticità che, in questa drammatica situazione di emergenza da COVID-19, caratterizzano la condizione delle persone straniere ed in particolare dei/delle richiedenti asilo, delle persone senza fissa dimora e dei lavoratori e delle lavoratrici ammassati negli insediamenti informali rurali. Persone – denunciano le associazioni – che ad oggi sono prive di effettiva tutela, nella maggioranza dei casi anche degli strumenti minimi di contenimento (mascherine e guanti – acqua, servizi igienici), ed oggettivamente impossibilitate a rispettare le misure previste dal legislatore, vivendo in luoghi che di per sé costituiscono assembramenti».

Centri di accoglienza e insediamenti informali

Il motivo è presto detto. Nei centri di accoglienza non si riesce a garantire le condizioni igieniche richieste dai provvedimenti di contenimento del contagio; ci sono mense in cui si creano assembramenti, si vive uno accanto all’altro, non ci sono mascherine e disinfettanti personali, ci sono criticità nei servizi igienici.

Le persone senza fissa dimora sono costrette a vivere in insediamenti informali, urbani o rurali, in condizioni di promiscuità e in ambienti piccoli, senza riscaldamento, senza acqua corrente, senza servizi igienici.

«La popolazione senza dimora o che vive all’interno degli insediamenti informali – denuncia il documento – è dunque da ritenersi ad alto rischio per la precarietà delle condizioni igienico-sanitarie, ma anche per la carenza di informazioni adeguate e la difficoltà di accesso ai servizi sanitari del territorio. Il diffondersi del contagio in tali aree potrebbe determinare un’emergenza di difficile contenimento. Non risultano essere state emanate direttive specifiche per assicurare un adeguato ricovero, sia diurno che notturno, per tutte le persone che, per qualunque ragione, siano senza dimora o vivono in condizioni inadeguate».

 

lavarsi le mani
Coronavirus e misure igieniche

 

Emergenza coronavirus e strutture collettive

I provvedimenti legislativi emanati con l’emergenza limitano la circolazione delle persone e gli spostamenti, chiedono di rafforzare misure di igiene quali lavarsi spesso le mani, di igienizzare gli ambienti, di mantenere una distanza di almeno un metro fra le persone, di vietare gli assembramenti. Sono precauzioni che vengono meno o non si possono rispettare in una serie di realtà quali strutture collettive, centri di assistenza, hotspot, già di loro pieni di criticità.

«È del tutto evidente – si legge ancora nel documento – che le strutture collettive caratterizzate da grandi concentrazioni (CAS,CARA, HUB, CPR, hotspot) non sono oggettivamente idonee a garantire il rispetto di dette prescrizioni legali e la salvaguardia della salute sia dei e delle richiedenti asilo, sia dei lavoratori e delle lavoratrici dell’accoglienza e pertanto la salute collettiva. Esse, pertanto, devono essere urgentemente chiuse, organizzando l’accoglienza secondo il sistema di accoglienza diffusa. Inoltre, va evidenziato che gli interventi delle autorità competenti non possono comportare limitazioni arbitrarie dei diritti e della libertà delle persone, al di fuori delle previsioni legali».

Covid-19, centri di accoglienza e hotspot: le richieste delle associazioni

Il documento chiede al legislatore soluzioni “concrete e immediate” per garantiscano a tutti le tutele previste dai provvedimenti per l’emergenza da coronavirus. E dunque, per quanto riguarda i Centri straordinari di accoglienza (che dalla riforma del cd. decreto sicurezza n. 118/2018 sono diventati grandi contenitori di persone, con significativa riduzione dei servizi, compresi quelli sanitari), le Associazioni firmatarie chiedono che vengano chiusi, riorganizzando il sistema secondo il modello dell’accoglienza diffusa in piccoli appartamenti e distribuiti nei territori, perché nel contesto attuale è impossibile rispettare la distanza fra le persone e il divieto assembramenti.

Il Documento chiede, altresì, che venga consentito l’accesso al SIPROIMI (ex Sprar) anche per coloro che ne sono stati esclusi dal decreto sicurezza (titolari di permesso umanitario, richiedenti asilo) e che le persone senza fissa dimora o che vivono negli insediamenti informali rurali (cioè che lavorano per l’agricoltura per fornire i prodotti per la vita quotidiana) siano accolte in strutture adeguate, con dotazione di acqua e servizi igienici, oggi assenti in questi ultimi. Stesse richieste per i Cpr e gli hotspot, insieme alla richiesta di trovare misure alternative al trattenimento considerata l’impossibilità di rimpatriare. Per i migranti che fuggono dalla Libia devono essere predisposte misure che consentano la rapida indicazione di un porto sicuro per lo sbarco e la predisposizioni di protocolli atti ad evitare la diffusione della pandemia in corso.

Sostengono le associazioni: «L’insieme di queste richieste, che ci auguriamo il legislatore e tutte le competenti autorità prendano immediatamente in considerazione, non rispondono solo ad una imprescindibile necessità di trattamento uguale per tutte le persone, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 Costituzione), ma ad una necessità per la salvaguardia dell’intera salute pubblica».

Scrive per noi

Sabrina Bergamini
Sabrina Bergamini
Giornalista professionista. Responsabile di redazione. Romana. Sono arrivata a Help Consumatori nel 2006 e da allora mi occupo soprattutto di consumi e consumatori, temi sociali e ambientali, minori, salute e privacy. Mi appassionano soprattutto i diritti e i diritti umani, il sociale e tutti quei temi che spesso finiscono a fondo pagina. Alla ricerca di una strada personale nel magico mondo del giornalismo ho collaborato come freelance con Reset DOC, La Nuova Ecologia, Il Riformista, IMGPress. Sono laureata con lode in Scienze della Comunicazione alla Sapienza con una tesi sul confronto di quattro quotidiani italiani durante la guerra del Kosovo e ho proseguito gli studi con un master su Immigrati e Rifugiati. Le cause perse sono il mio forte. Ho un libro nel cassetto che prima o poi finirò di scrivere. Hobby: narrativa contemporanea, fotografia, passeggiate al mare. Cucino poco ma buono.

Parliamone ;-)