Anche se il clamore del contagio dal virus dell’HIV è andato diminuendo rispetto alla fine del secolo scorso, purtroppo non è ancora stato trovato un rimedio definitivo a questa pericolosa piaga. Ovviamente, l’esperienza accumulata in questi decenni ha permesso di affrontare meglio la malattia, sia dal punto di vista della diagnosi – tramite test HIV sempre più precisi – che per quanto riguarda la terapia – che oggi è molto meno invasiva e più efficace rispetto al passato. Grazie a tutto ciò, i sieropositivi oggi possono convivere con l’HIV riducendo notevolmente le probabilità che si trasformi in AIDS. Purtroppo, però, ancora oggi molte persone vengono contagiate e non lo sanno, arrivando così ad accorgersi del virus in ritardo, quando l’HIV ha preso forza e ha iniziato a fare danni evidenti.  È indubbio infatti, nonostante i grandi passi avanti nella terapia, che una diagnosi più tempestiva possibile sia il miglior modo per iniziare a combattere da subito il virus.

È stato nel maggio del 1983 che un gruppo di scienziati francesi dichiararono di aver scoperto il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), ma non avevano idea di quello che sarebbe successo di lì a poco. Benché infatti i primi casi di contagio siano ben antecedenti a quella data, la vera epidemia è iniziata tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, quando ancora non si sapeva praticamente niente di questo virus.

Le prime terapie per l’HIV cominciarono ad arrivare, ma avevano terribili effetti collaterali e la loro azione era limitata. In quegli anni, una diagnosi di sieropositività era considerata una condanna a morte, non solo fisica – perché le sue conseguenze erano quasi sempre fatali (il virus portava all’AIDS) – ma anche sociale, perché la persona contagiata era considerata come un appestato dovuto alla poca conoscenza del virus.

Verso metà degli anni ’90 le cose iniziarono a migliorare. Le terapie diventarono via via sempre più efficaci e con sempre meno effetti collaterali. Le persone iniziarono a prendere coscienza su quello che significava essere sieropositivi e su come era possibile proteggersi da eventuali contagi. Oggi il virus fa meno paura. L’infezione da HIV è infatti ormai considerata come una malattia cronica, sempre terribile, ma non mortale.

Le persone sieropositive riescono a tenere il virus sotto controllo, o meglio ‘non rilevabile’ dai test HIV, e questo porta a un minor rischio di contagio agli altri.

Rimane però fondamentale sia la diagnosi tempestiva, che la seguente terapia da seguire con costanza, affinché il virus non prenda forza e non possa prendere il sopravvento sul sistema immunitario.

Gli esperti si sono preposti di porre fine all’epidemia di HIV entro il 2030. Per fare ciò è necessaria una strategia chiamata 90-90-90. In pratica entro pochi anni ci dovranno essere il 90% dei sieropositivi consapevoli della propria condizione, il 90% di loro dovranno seguire la terapia e di questi il 90% rimarrà con indice ‘non rilevabile’ di HIV nel sangue.

Anche se sulla carta questo proposito potrebbe essere raggiungibile, c’è un primo ostacolo che non è da poco. Sembra infatti che il 40% dei sieropositivi non sia cosciente di essere malato, quindi non può ovviamente iniziare la terapia. La mancanza di diagnosi è sicuramente il primo problema sostanziale per i sieropositivi oggi. Ed è per agevolare proprio la diagnosi che dalla fine del 2016 in commercio si trovano i test HIV da fare a casa.

Secondo molti esperti, avere la possibilità di comprare auto test hiv da fare a casa è una sorta di invito a fare l’esame a quelle persone che sono a disagio nell’effettuare il prelievo tradizionale. Sembra infatti che inizialmente sia soprattutto la ‘vergogna’ di andare davanti al proprio medico o a chi fa il prelievo, a bloccare le persone. Nella tranquillità di casa propria invece, il test HIV permette alle persone di eseguire tutta la procedura in maniera più riservata e, soprattutto, di ricevere un risultato quasi immediato.

Ovviamente gli esperti consigliano anche di non fare il test completamente da soli e, nel caso di sieropositività, di non spaventarsi perché, effettuata la prova, il primo passo verso la lotta all’HIV è già iniziato. Già si può rientrare nella percentuale prevista per il 90-90-90 di cui parlavamo sopra e le probabilità di avere una vita lunga e dignitosa sono considerevoli. La diagnosi tempestiva è tutto.

Il kit per eseguire l’autotest a casa per l’HIV comprende solitamente un ago per il prelievo di una goccia di sangue, una provetta e 3 diversi reagenti. I test per l’HIV (anche quelli tradizionali) non ricercano il virus, ma gli anticorpi creati dall’organismo per difendersi da esso. Affinché questi anticorpi vengano rilevati dai test, è necessario aspettare almeno un mese dal sospetto contagio. In caso di esame negativo, bisogna ripetere il test dopo due mesi, perché gli anticorpi potrebbero aver avuto bisogno di più tempo per formarsi.

Il test HIV casalingo si esegue in questo modo:
• si preleva una goccia di sangue;
• si versa la goccia di sangue nella provetta;
• si versano uno alla volta i reagenti nella provetta;
• si aspetta il risultato.
In caso di positività, è bene rivolgersi il prima possibile a un medico di fiducia che valuterà la necessità di rifare un ulteriore test HIV (magari in ospedale) o se iniziare subito a ricercare la giusta terapia antivirale.

 

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Scrive per noi

Elena Leoparco
Elena Leoparco
Non sono una nativa digitale ma ho imparato in fretta. Social e tendenze online non smettono mai di stuzzicare la mia curiosità, con un occhio sempre vigile su rischi e pericoli che possono nascondersi nella rete. Una laurea in comunicazione e una in cooperazione internazionale sono la base della mia formazione. Help Consumatori è "casa mia" fin dal praticantato da giornalista, iniziato nel lontano 2012.

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