Rapporto Sanità: al Servizio Sanitario Nazionale mancano risorse, medici e infermieri (foto Pixabay)

La sanità è in affanno. Per mancanza di risorse e fondi, carenza del personale e ripercussioni sulle famiglie che si impoveriscono con la spesa privata. Il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale è “sotto” di almeno 50 miliardi – quelli che servirebbero per allinearsi agli altri paesi europei. C’è un allarme di organico per medici e infermieri, che scarseggiano anche in rapporto all’età media avanzata della popolazione. Rispetto ad altri paesi delle Ue, l’Italia investe meno nella sanità e aumenta la spesa privata, che impoverisce le famiglie. Su di esse viene scaricato oltre un miliardo di spesa per farmaci compresi tra quelli rimborsabili dal SSN. È il quadro critico che emerge dal Rapporto Sanità del Crea, Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità.

Sanità, le risorse che mancano

“Al finanziamento della Sanità pubblica italiana mancano almeno 50 miliardi di euro (al minimo) per avere un’incidenza media sul PIL analoga agli altri paesi EU – informa la sintesi del Rapporto Sanità – Rispetto ai quali la spesa sanitaria del nostro Paese registra, nel 2021, una forbice del -38% circa (-12% di spesa privata e -44% circa di spesa pubblica)”.

Dal 2000 al 2021 la spesa sanitaria è crescita del 2,8% medio annuo, il 50% in meno che negli altri Paesi EU di riferimento. È cresciuta di meno anche durante la pandemia di Covid. Per recuperare il passo degli altri Paesi servirebbe una crescita annua del finanziamento di 10 miliardi di euro per 5 anni. In più, altri 5 miliardi per garantire la stessa crescita dei paesi europei.

Bisogna “crescere per non selezionare”, dicono i ricercatori: bisogna far crescere il Pil per mantenere l’universalismo del servizio sanitario nazionale e l’equità di accesso.

«Se non si determinerà una crescita adeguata – commentano i curatori del rapporto Sanità – o non si creeranno condizioni che fermino la perdita di risorse umane e aprano la strada all’accesso alle innovazioni, si dovrà passare a una logica di universalismo selettivo, che privilegi l’accesso dei più fragili (ma con un impatto non indifferente sull’equità del sistema sanitario)».

Sanità e disagio economico delle famiglie

Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media EU dell’82,9% e la spesa privata incide per il 2,3% sul PIL contro una media EU del 2%: oltre 1.700 euro a nucleo familiare, “scaricando” ad esempio sulle famiglie oltre un miliardo di spesa per farmaci compresi tra quelli rimborsabili dal SSN.

Aumenta anche il disagio economico per le spese sanitarie: il 5,2% delle famiglie versa in tale stato. Si tratta di 378.627 nuclei familiari (l’1,5%) che si impoveriscono per le spese sanitarie mentre 610.048 (il 2,3%) sostengono spese sanitarie cosiddette “catastrofiche”.

 

Deserti sanitari, da Nord a Sud mancano medici e pediatri (foto Karolina Grabowska su Pexels)

 

Sanità: mancano medici e infermieri

Un altro allarme che si rincorre è quello legato alla carenza di personale sanitario. Per allinearsi agli organici degli altri paesi europei, l’Italia dovrebbe investire in personale 30,5 miliardi di euro, calcola il Crea, senza tenere conto del maggiore bisogno derivante dall’età media più alta della popolazione. Ad esempio i medici ogni mille abitanti sono un po’ di più rispetto alle media europee ma se si considera la popolazione over 75 ne potrebbero mancare circa 30mila. Per il riequilibrio se ne dovrebbero assumere almeno 15mila ogni anno per i prossimi 10 anni.

Ancora più grave è la carenza di infermieri. Rispetto ai parametri europei ne mancano più di 250 mila. Secondo il modello del Pnrr, ne servirebbero dai 30 ai 40 mila l’anno, un numero che non si raggiunge per la scarsa attrattività della professione.

Non bastano neanche i professionisti dall’estero. In Italia ne arrivano pochi rispetto agli altri paesi Ue: entrano infatti meno dell’1% dei medici, contro il 10% (fino al 30%) negli altri Paesi. Analogamente, vengono dall’estero meno del 5% degli infermieri contro percentuali del 15% nel Regno Unito e del 9% in Germania. Senza contare che i medici italiani, oltre a essere pochi, guadagnano in media il 6% in meno e gli infermieri in media il 40% in meno dei loro colleghi europei.

Le prestazioni sanitarie perse in pandemia

Senza risorse economiche e senza personale diventa poi impossibile recuperare le prestazioni specialistiche perse durante la pandemia.

Il biennio della pandemia 2020-2021 è ″costato″ una riduzione del 65% delle prestazioni specialistiche. Solo nel 2022 si è tornati sui livelli pre-pandemia ma, per ora, senza riuscire a recuperare quelle ″perse″. Non tutte le prestazioni sanitarie sono poi recuperabili, non tutte quelle erogate prima della pandemia erano appropriate. Ma i fondi per recuperare le prestazioni perse per ora non sembrano avere dato i frutti sperati e “gli eventuali danni per la salute della popolazione emergeranno nel tempo”, dice il Crea.

Nel 2020 sono crollati anche i ricoveri: malgrado i ricoveri per Covid, il ricorso all’ospedale (ricoveri ordinari) è diminuito del -18,2%, con punte del -27,1% in Calabria e del -19,5% in Liguria. E questo appare significativo perchè l’Italia è già il Paese con il tasso di ospedalizzazione più basso in Europa. Delle mancate prestazioni durante la pandemia hanno sofferto soprattutto i “grandi anziani”: il 70% degli over 80 registra un peggioramento dello stato di salute, soprattutto nei centri maggiori e nel Nord-Ovest, e il 50% di loro ha speso di più privatamente per bisogni sanitari e sociali.

Per il Rapporto Sanità sono tre le sfide del Servizio Sanitario Nazionale: “ridurre le sperequazioni (obiettivo principe di un servizio pubblico), adeguare le dotazioni organiche (condizione necessaria per ammodernare il SSN) e rimanere, allo stesso tempo, sostenibile”.


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