minori online

https://www.pexels.com/it-it/foto/smartphone-internet-seduto-giovane-7414068/ (Foto Kampus Production per Pexels)

Protezione dei minori in rete, verifica dell’età e più in generale creazione di un ecosistema digitale nel quale bambini e adolescenti riescano a muoversi senza rischi e in modo sicuro. E ancora rapporto dei minori con i social, che sempre più spesso finiscono per esercitare una pressione in più (non in meno) sulla costruzione della propria autostima e che rischiano di diventare, se totalizzanti ed esclusivi, una forma di isolamento. Sono tanti i temi affrontati dal focus “La protezione dei minori in rete” che si è svolto oggi in videoconferenza nell’ambito dell’Internet Governance Forum sul tema “L’internet che vorrei. Costruiamo insieme il nostro futuro digitale”, un evento di due giorni (ieri e oggi) organizzato dal Comitato IGF Italia.

A moderare Giovanni Ferrari, CNCU e presidente della Casa del Consumatore, che ha esordito: «Chiunque abbia minori in casa sa quanti problemi può creare l’uso della rete da parte dei minori, sia per i servizi social sia per i contenuti, oggi particolarmente rilevante perché la società educa all’uso dei device fin dall’infanzia».

Intorno a un tavolo ideale si sono dunque susseguiti gli interventi di Martina Colasante di Google, di Silvia Elia del Consorzio Netcomm, di Giovanni Santella della Direzione tutela consumatori dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e di Francesco Durand, Ordine degli psicologi della Liguria.

Quale azione per i minori e la sicurezza online?

«Recenti dati di Save the Children dicono che il 78% dei ragazzini fra 11 e 15 anni usa internet ogni giorno in Italia. Google ha una responsabilità specifica, non solo di offrire un servizio sicuro ma di qualità», ha detto Colasante, che si è soffermata su tre “pilastri” dell’azione di Google.

Il primo: «costruire spazio su misura che tengano conto delle esigenze dei minori», qual è ad esempio YouTube Kids. Il secondo: «dare flessibilità ai genitori rispetto a quale esperienza online concedere ai figli», perché le famiglie non sono tutte uguali, attraverso il parental control. Il terzo: «proteggere la sicurezza e la privacy dei bambini» attraverso funzionalità attivate di default. I minorenni non ricevono pubblicità personalizzata. E per i contenuti che non sono adatti ai minori di 18 anni su YouTube, perché richiedono più maturità, c’è un sistema per cui se l’account fa dubitare delle maggiore età (ad esempio un account che fino al giorno prima vedeva solo contenuti per bambini) la piattaforma chiede un documento o un selfie per mostrare quei contenuti.

«La verifica dell’età – ha poi spiegato Colasante – è un tema complesso perché solleva interrogativi sulla privacy, sul diritto di accesso all’informazione, sul fornire un servizio di qualità e sicuro per tutti».

La prova dell’età

L’age-verification, ha spiegato Santella dell’Agcom, si pone in capo alle piattaforme. Ma qual è il sistema che l’Agcom ha disegnato, con uno schema di decisione attualmente notificato alla Commissione europea?

«Nella verifica dell’età – ha spiegato Santella – abbiamo seguito un approccio tecnologicamente neutrale, secondo i principi della protezione dei dati personali, dell’efficacia del sistema messo in campo, che il sistema sia facilmente accessibile e non sia discriminatorio».

«I requisiti posti – ha proseguito Santella – sono di suddividere la verifica in una serie di step. Il primo è quello della identificazione dell’utente, quindi acquisire una prova dell’età ottenuta attraverso un soggetto terzo indipendente dalla piattaforma», ad esempio attraverso un applicativo o un wallet digital che già certifica l’età.

«Solo dopo la prova dell’età viene presentata alla piattaforma o sito che si vuole visitare. Quando il sito ha acquisito la prova dell’età darà accesso al contenuto senza aver acquisito informazioni di carattere personale».

I minori sui social

Un tema cruciale è poi quel del rapporto fra minori e social. Qui interviene l’analisi dello psicologo Durand, che ricorda come l’età d’uso sia sempre più precoce: già prima delle medie si fa uso di smartphone e social, poi questo aumenta dagli 11 anni in poi.

«La costruzione della nostra autostima – ha spiegato Durand – passa da ciò che è richiesto dal mondo dei pari. È una pressione che si aggiunge a quella richiesta dagli educatori e dagli adulti».

I social occupano allora una posizione importante che può colmare un senso di solitudine.

Sostiene Durand: «A fronte di un maggior malessere – è cresciuto fra minori e adolescenti il malessere ansioso-depressivo, 7 persone su 10 post Covid hanno qualche sintomo – questo incontra facilmente come rimedio la chiusura in un mondo che non è solo dei social ma anche di TikTok e dei videogame, che vanno a compensare una serie di insicurezze. Stare collegati con gli altri può essere un rifugio per la mente ma l’isolamento che ne deriva può essere molto forte. Poi certo, c’è chi con la tecnologia ha trovato un modo per uscire da propria solitudine».

Niente demonizzazione, insomma. Ma un richiamo alla responsabilità dei genitori. «I genitori dovrebbero iniziare a pensare molto presto a come avvicinare i bambini alla tecnologia, anche a 3 anni. Penso ci sia anche una responsabilità indiretta legata al fatto che il tempo passato con i figli non è di qualità».

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