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Smart working, opportunità in emergenza. Ma per il futuro?

Lo smart working è bello ma non ci vivrei. I lavoratori che si ritrovano in lavoro agile (anche se spesso è semplicemente lavoro da casa) durante la pandemia da Covid-19 sono consapevoli delle opportunità offerte dallo smart working, che permette di non dover uscire, di sfruttare le possibilità offerte dalla tecnologia, di poter gestire insieme lavoro e famiglia (anche se questo, soprattutto per le donne, è fonte di ulteriore difficoltà nel conciliare i ritmi e alfine di lavoro aggiuntivo). Sul futuro però i lavoratori sono piuttosto tiepidi, comunque cauti: oltre sette su dieci adotterebbe sì lo smart working ma non più di uno o due giorni a settimana.

 

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Smart working e lavoro femminile

 

Smart working: bene oggi, domani qualche dubbio

Per aziende e lavoratori, dunque, lo smart working è un’opportunità per gestire l’emergenza mentre ci sono dubbi e incertezze sull’uso futuro. È quanto emerge da un’indagine di InfoJobs, piattaforma per la ricerca di lavoro online, che ha messo a confronto aziende (in tutto 189) e lavoratori (un campione 1149 candidati) sul tema smart working, per capire come gli italiani stiano vivendo l’approccio al lavoro agile e quale possa essere la sua futura applicazione sul mercato del lavoro di domani.

In sintesi: il 72% delle aziende ha attivato lo smart working, che impatta su un settimo dei lavoratori. Si tratta della “prima volta” per il 56% delle aziende e per il 79% dei lavoratori. Il futuro dello smart working è più dubbio e il 71% dei lavoratori vorrebbe mantenerlo solo parzialmente, mentre le aziende non si sbilanciano e aspettano regolamentazioni normative.

Smart working, il fenomeno

I dati emersi, dice Infojobs, rispecchiano un Paese che ha risposto all’emergenza utilizzando in maniera massiccia lo smart working anche se è chiaro che non tutto può essere svolto da remoto, in telelavoro, da casa.

L’indagine stime infatti che i lavoratori italiani in smart working siano il 15%. La parte restante della forza lavoro sembra attualmente a casa senza reddito (45% dei rispondenti, percentuale che sale al 50% per le donne), in ferie o in congedo (25%) mentre il 13% si reca ancora sul luogo di lavoro, senza nessuna modifica alle modalità di prestazione del servizio.

Fra chi si trova in smart working, per il 79% è la prima volta, mentre il 14,5% lo è con modalità più estensive e il 6,5% con le stesse modalità di prima.

 

 

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Smart working, estratto dal grafico Infojobs. Fonte: Elaborazione grafica InfoJobs su dati Indagine InfoJobs Smart Working 2020

 

Lavoratori e smart working: bene oggi, meno per il futuro

Come stanno vivendo i lavoratori questo periodo di smart working?

«Il 38% del campione intervistato da InfoJobs si dichiara fortunato di poter evitare gli spostamenti in questo momento, mentre il 27% apprezza le possibilità date dalla tecnologia, che mette a disposizione un ufficio “virtuale” dove è possibile continuare a lavorare come prima. Solo il 7% dice di essere meno produttivo soprattutto a causa degli impegni familiari da gestire in contemporanea, percentuale che sale al 33% per le donne con figli conviventi».

Smart working ok ma i lavoratori sono meno convinti che possa rappresentare la sola modalità di impiego di domani.

Se si chiede cosa si augurano i lavoratori per il futuro, il 71% indica lo smart working ma non più di uno o due giorni a settimana, mentre il 16% auspica un “full smart”, quindi smart working a tempo pieno, e il 13% preferisce essere presente sempre sul luogo di lavoro.

Lavoratori e smart working, pro e contro

Altro tema interessante riguarda l’atteggiamento dei lavoratori. Cosa si apprezza di più dello smart working?

«Il 17% dei lavoratori apprezza la possibilità di gestire insieme esigenze personali e lavorative, con una percentuale che sale al 30% per le donne con figli – dice l’indagine – Gli italiani che si sono inoltre trovati a dover far fronte alla creazione di spazi di lavoro fra le mura domestiche, notano con piacere il tempo risparmiato per gli spostamenti da casa all’ufficio (49%) e gli orari flessibili (19,5%)».

Ci sono però diversi aspetti di cui si sente la mancanza nella nuova routine lavorativa. Mancano soprattutto la socialità del luogo di lavoro e il confronto quotidiano con i colleghi (pari merito al 27%). Seguono aspetti quali la comodità della propria postazione (11%) o il “piacere di prepararsi alla giornata con outfit e make-up (10%)”. Segno evidente di una dimensione sociale, legata al lavoro fuori casa, di cui i lavoratori avvertono l’assenza.

 

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Smart working

 

E per il futuro? Smart working ma non a tempo pieno

Visto dalla parte delle aziende, invece, il 64,5% delle aziende dichiara che i dipendenti hanno apprezzato questa decisione (voluta o dovuta in base alle circostanze legislative) che non ha avuto contraccolpi sulla produttività (39%), o ne ha avuti ma in maniera limitata (25,5%). Le difficoltà però non mancano: per il 19% lo smart working non sta funzionando, complice un business che non si adatta bene al lavoro da remoto.

Smart working e futuro? Lo sguardo è ancora “tiepido”, suggerisce alfine la ricerca. Per il 30% delle aziende ad emergenza finita tutto tornerà come prima, mentre il 28% dice che valuterà gli sviluppi legislativi, il 24% dice che abiliterà lo smart working per una parte dei dipendenti. Solo per il 9,5% sarà invece il nuovo standard del lavoro.

Approccio prudente, come detto, anche da parte dei lavoratori. «Il 71% vorrebbe il lavoro agile 1 o 2 giorni a settimana (89% per le donne con figli) mentre solo il 16% auspica un full time smart. Dissente il 13%: meglio l’ufficio!»

«Su ciò che avverrà una volta superata l’emergenza sanitaria, le aziende sono caute a parlare di rivoluzione – commenta Filippo Saini, Head of Job di InfoJobs – Anche i lavoratori sembrano apprezzare le potenzialità del lavoro da remoto, ma sono ben lontani dall’augurarsi che possa essere la modalità esclusiva e prioritaria di domani. In generale, dalla nostra indagine emerge un’Italia molto pragmatica e realista, che distingue le misure eccezionali dai propri desideri e dalla speranza per la nuova normalità di domani».

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