Rifiuti tessili, da ogni europeo 12 kg solo da abbigliamento e calzature (Foto Pixabay)

Verso un’economia circolare dei rifiuti tessili. Rendere la moda sostenibile e abbandonare la fast fashion, porre un freno alla proliferazione dei rifiuti tessili e dar loro nuova vita attraverso la riparazione, il riciclo e lo scambio fanno parte dei progetti e delle iniziative dell’Unione europea che si è data una Strategia per i prodotti tessili sostenibili e circolari. E sono al centro di VERDEinMED, progetto europeo che mira a ridurre i rifiuti tessili nell’area del Mediterraneo.

Il progetto VERDEinMED

Il progetto PreVEnting and ReDucing the tExtiles waste mountain in the MED area” ha iniziato i lavori per ridurre i rifiuti tessili nella regione mediterranea. L’iniziativa è cofinanziata con quasi 3 milioni di euro dal programma Interreg Euro-MED dell’UE e coinvolge 10 partner (in sette paesi: Italia, Bulgaria, Grecia, Macedonia del Nord, Portogallo, Slovenia e Spagna) e 15 entità associate tra centri di ricerca, aziende, organizzazioni non governative, pubbliche amministrazioni, cluster e cooperative. Per l’Italia c’è Legambiente, che avrà un ruolo chiave nelle attività di sensibilizzazione dei consumatori e nella promozione delle imprese sociali come attori responsabili della transizione verso un’economia più sostenibile e circolare per i prodotti tessili.

 

Moda sostenibile, la Commissione va avanti sull’economia circolare dei tessili (Foto Pixabay)

 

Rifiuti tessili in Ue, 12 kg a persona

Il problema dei rifiuti tessili è sempre più sentito. Secondo l’Unione europea, i cittadini della Ue generano 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno, di cui solo il 22% viene raccolto per il riutilizzo o il riciclo; l’industria tessile consuma grandi quantità di acqua ed è la seconda industria più inquinante dopo l’industria petrolifera (United Nations).

L’esempio emblematico è quello dei jeans: per produrre un solo paio di jeans servono circa 7.500 litri d’acqua, equivalenti alla quantità di acqua che una persona media beve nell’arco di sette anni. Il costo della moda va dunque oltre il suo prezzo.

«Quando si parla di rifiuti tessili, oltre ai prodotti legati all’abbigliamento e alle calzature che tutti percepiamo, ci si riferisce anche ai tessili per la casa, ai tessili tecnici (corde o reti) e in generale ai rifiuti post-industriali, come fibre e ritagli – spiega Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente – Nel 2019 i rifiuti solo di abbigliamento e calzature sono stati pari a 5,2 milioni di tonnellate, equivalenti a 12 chilogrammi per persona all’anno nell’Unione Europea. A fronte di queste quantità, solo il 22 per cento dei rifiuti tessili post-consumo, che rappresentano l’87 per cento dei rifiuti tessili, viene raccolto separatamente principalmente per essere riutilizzato o riciclato, mentre il resto viene incenerito o messo in discarica».

Riciclare, scambiare, riusare

Una delle prime azioni suggerite rimanda a un consumo più critico per prevenire i rifiuti nel tessile. A questo si accompagnano scelte quali quelle di riparare, modificare, scambiare, donare o vendere, dare dunque una seconda vita ai prodotti tessili e all’abbigliamento anche con acquisti di seconda mano.

Solo in Italia – ricorda una nota Legambiente – nel 2022 sono state raccolte in modo differenziato 160.000 tonnellate di abiti: circa 500 milioni di vestiti, in parte riusabili, in parte riciclabili, in parte da smaltire. Il consumo di prodotti tessili in Europa si trova al quarto posto per l’impatto sull’ambiente e sui cambiamenti climatici.

Lungo tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione fino al fine vita, si stima che la produzione tessile sia responsabile del 20% dell’inquinamento globale dell’acqua potabile a causa dei processi a cui i prodotti vanno incontro, come la tintura e la finitura, e che il lavaggio di capi sintetici rilasci ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari.

«Per questo motivo – sottolinea Minutolo – è partendo dai processi, più che dai prodotti o dal tipo di materiale, e dall’uso che si fa di tali prodotti, che si può uscire da un circolo vizioso che può diventare un circolo virtuoso e sostenibile per un settore strategico e importante per l’industria ed il made in Italy».


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