Olio d'oliva: in calo la produzione nazionale e i consumi. L'indagine

Olio d'oliva: in calo la produzione nazionale e i consumi. L'indagine (foto Pixabay)

Il settore olivicolo italiano segna un forte calo della produzione nazionale, dovuto sia alla minore produzione che all’aumento dei costi (+17,7%), mentre il consumo ha reagito con una contrazione dei volumi di circa il 10% all’incremento de listini. Sono alcuni dei dati emersi da un’indagine della Camera di Commercio dell’Umbria.

Il bilancio complessivo 2022 del settore olivicolo italiano segna, secondo NielsenIQ1,4 miliardi di euro, suddivisi fra olio extravergine di oliva (825,3 milioni di euro), olio di oliva (95,7 milioni) e olio di semi (510,7 milioni), con una crescita del 10,8% sul 2021, quando valeva 1.293,4 miliardi. Un incremento dovuto all’aumento dei prezzi.

L’indagine evidenzia, inoltre, marcate differenze di andamento produttive tra circoscrizioni territoriali italiane. La campagna olivicola 2022/2023, rileva Ismea – l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, ha registrato fortissime perdite nel Mezzogiorno, a differenza delle regioni del Centro che invece hanno marcato rilevanti segni più.

Produzione olio d’oliva, differenze territoriali

Sul fronte produttivo l’annata della campagna olearia 2022/2023, fotografata da Ismea in collaborazione con Italia Olivicola e Unaprol, è stata difficile. La stima produttiva, realizzata sulle base di osservazioni fatte agli inizi di novembre, conferma le aspettative pessimistiche già espresse nei mesi precedenti e colloca la produzione della campagna olearia 2022/23 a 208 mila tonnellate, il 37% in meno rispetto alla campagna precedente. Il che, in valori assoluti, significa una flessione di oltre 121mila 147 tonnellate di prodotto.

Il calo produttivo, come detto, è concentrato nel Mezzogiorno, che nel 2021 rappresentava ben l’89,6% della produzione complessiva di olio d’oliva e nel 2022 scende all’80,9%. Per la Puglia, che fino al 2021 da sola rappresentava oltre il 50% del totale nazionale, produzione è più che dimezzata (-52%), in un contesto negativo che coinvolge tutto il Mezzogiorno: Calabria (-42%), Abruzzo (-40%), Basilicata (-40%), Sicilia (-25%), Molise (-15%) e Sardegna -13%.

L’annata è stata, invece, complessivamente positiva nel Centro Italia (nel 2021 la sua quota produttiva sul totale nazionale era il 9,1%, nel 2022 il 16,8%), dove la produzione è cresciuta del 27% in Toscana e in Umbria, del 25% nelle Marche e del 17% nel Lazio. Tuttavia, solo il Lazio torna ai livelli produttivi della media del triennio 2018/2021, mentre tutte le altre regioni del Centro restano sotto.

 

olio d'oliva
Foto Pixabay

 

Per le regioni del Nord, dopo le drammatiche riduzioni dello scorso anno (la sua quota produttiva era crollata all’1% del totale nazionale, nel 2022 è risalita al 2,4%), l’annata è andata bene (Lombardia +142%, Trentino Alto-Adige +122%, Veneto +67%, Piemonte +57%, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna +40%, Liguria – la regione del Nord a più elevata produzione olivicola – +27%), anche se non ai livelli attesi prima della grande siccità estiva. Tuttavia, i valori produttivi del Nord restano largamente inferiori a quelli della media 2018/2021, ad eccezione dell’Emilia Romagna che nel 2022 li ha superati.

Corrono i prezzi

L’indagine mostra anche un significativo aumento dei prezzi e dei costi di produzione. A livello di prezzi all’origine, secondo Ismea, a febbraio 2023 il prezzo pagato per l’olio extravergine d’oliva è in media di 6,11 euro al Kg, +47% su febbraio 2023, mentre l’olio lampante di oliva si attesta a 3,97 euro/Kg, +58,4%, e l’olio vergine di oliva (4,89 euro/Kg) segna +62,9%.

Consistenti anche gli incrementi dei prezzi all’ingrosso, con variazioni anno su anno abbondantemente sopra il 50% e vicini al 55%, mentre i prezzi al consumo dell’olio registrano, stando ai dati del “carrello di spesa” dell’Istat, un incremento del 16% sempre su base annua, attenuando quindi i rincari all’origine e all’ingrosso. L’impatto della riduzione dei consumi come reazione all’aumento dei prezzi, sempre secondo i dati Istat, è stato del 10% circa.

“È stata un’annata difficile per l’olivicoltura italiana stretta tra siccità, caldo e mosca olearia. Al calo della produzione, ma non della qualità, che invece è ulteriormente aumentata, si è aggiunto per le imprese olivicole l’impatto dell’aumento dei costi, trainati dai maxi-rincari energetici – ha dichiarato Giorgio Mencaroni, Presidente della Camera di Commercio dell’Umbria. – Tuttavia, se si guarda all’Indice di fiducia delle imprese dell’olivicoltura, si può osservare come il loro sentiment, benché negativo, lo sia molto meno delle imprese del comparto agricolo nel suo complesso. Segno che il settore olivicolo, su cui si è lavorato in termini di innalzamento della qualità, ammodernamento, innovazione a tutti i livelli, ha retto meglio il colpo”.

Infatti, se il pessimismo sembra l’atteggiamento prevalente in agricoltura da parte dei produttori (ma non da parte dell’industria alimentare) – spiega l’indagine – la situazione non è rosea neppure nel settore olivicolo, che però mostra indici sul Clima di fiducia nettamente migliori rispetto a quelli del comparto agricolo in generale.


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