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La richiesta delle associazioni: il metodo di allevamento sia indicato in etichetta

Il metodo di allevamento degli animali deve essere indicato in etichetta. Solo così si garantisce benessere animale, chiarezza e trasparenza nei confronti dei consumatori e degli stessi allevatori che rispettano alti standard di qualità.

La richiesta arriva da Greenpeace, CIWF Italia e Legambiente che hanno inviato una lettera alla Ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova per chiedere l’indicazione del metodo di allevamento in etichetta.

«Il benessere animale e la sostenibilità della produzione alimentare sono due imperativi, ora più che mai, per garantire cibo sano e accessibile a tutti – si legge nella lettera – In questo contesto si colloca la nostra proposta di etichettatura volontaria secondo il metodo di allevamento. L’abbiamo presentata pubblicamente, l’abbiamo inviata anche a Lei per presentargliela e discuterne, ma non abbiamo ricevuto risposta».

 

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Benessere animale e sostenibilità

 

Allevamenti, benessere animale e sostenibilità

Il dibattito va avanti da un po’ di tempo e riguarda le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, la sostenibilità ambientale della zootecnia, la trasparenza verso i consumatori che sono sempre più attenti al benessere animale. Ma trovare in etichetta l’indicazione “benessere animale” senza che sia indicato, al contempo, qual è il metodo di allevamento è quantomeno fuorviante. Quale benessere ci può essere se gli animali sono allevati in gabbia?

Di recente, ricordano le associazioni, nelle ultime ore di discussione del Decreto Rilancio è stato approvato un emendamento dedicato al “Sistema di qualità nazionale benessere animale”, che prevede l’istituzione di una certificazione sul benessere animale, su base volontaria, che non includerebbe però il metodo di allevamento in etichetta.

«Un grave errore, poiché è risaputo che proprio a diversi metodi di allevamento corrispondono diversi potenziali di benessere e di sostenibilità ambientale – spiegano le tre associazioni – Un’etichetta chiara, che indichi il metodo di allevamento, sarebbe un atto dovuto verso i cittadini che chiedono maggiore trasparenza e maggiore attenzione all’ambiente e al benessere animale, ma anche nei confronti di quegli allevatori che investono per migliorare gli standard qualitativi e ambientali dei propri allevamenti, e che non vedono riconosciuto il proprio impegno sul mercato a causa di una certificazione che rischia di livellare tutto verso il basso».

Sostenibilità e benessere animale per avere cibo sano

Il principio è che «senza sostenibilità ambientale e benessere animale non possono esistere né cibo sano, né un Made in Italy in “salute”».

Ciwf Italia, Greenpeace Italia e Legambiente conducono da diverso tempo una campagna per far sì che i consumatori possano sapere in etichetta con quale metodo sono stati allevati gli animali. Perché al metodo di allevamento corrisponde un diverso potenziale di benessere animale e sostenibilità ambientale. Le condizioni di una gallina allevata in gabbia non sono paragonabili a quelle di una lasciata all’aperto.

C’è in gioco insomma benessere animale, sostenibilità della zootecnia, cibo di qualità accessibile a tutti e non solo a quanti se lo possono permettere.

«Poter vantare una zootecnia effettivamente sostenibile significa anche essere in grado di fornire cibo di qualità a tutti gli italiani – si legge ancora nella lettera – Il nostro impegno è rivolto affinché tutti i cittadini possano avere non solo accesso al cibo, ma soprattutto ad un cibo sano, buono e di qualità. Avallare ancora sistemi che puntano sulla quantità, invece che sulla qualità, significa negare ai cittadini, e in particolare a quelli con meno possibilità economiche, il diritto a questo tipo di cibo. Significa inoltre mettere un’ipoteca su presente e futuro della zootecnia italiana, dal punto di vista della salute, dell’ambiente e anche dell’economia».

Scrive per noi

Sabrina Bergamini
Sabrina Bergamini
Giornalista professionista. Responsabile di redazione. Romana. Sono arrivata a Help Consumatori nel 2006 e da allora mi occupo soprattutto di consumi e consumatori, temi sociali e ambientali, minori, salute e privacy. Mi appassionano soprattutto i diritti e i diritti umani, il sociale e tutti quei temi che spesso finiscono a fondo pagina. Alla ricerca di una strada personale nel magico mondo del giornalismo ho collaborato come freelance con Reset DOC, La Nuova Ecologia, Il Riformista, IMGPress. Sono laureata con lode in Scienze della Comunicazione alla Sapienza con una tesi sul confronto di quattro quotidiani italiani durante la guerra del Kosovo e ho proseguito gli studi con un master su Immigrati e Rifugiati. Le cause perse sono il mio forte. Ho un libro nel cassetto che prima o poi finirò di scrivere. Hobby: narrativa contemporanea, fotografia, passeggiate al mare. Cucino poco ma buono.

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